Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi di tenebre, rischio costante, ritorno incerto.

Eccomi

Utente: riverwind
Nome: Paolo
Eccomi tra voi, annoierò gli internauti con le mie storie, i miei racconti. Come Salgari sogno di viaggiare anche quando il mio veliero è attraccato al molo, come Shackleton amo le sfide naturalistiche, come Harrer mi piacerebbe vivere e vedere mondi passati. L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria; una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!» Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria: «Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!

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domenica, 23 dicembre 2007

Ma cher Paris


Era una stanza buia, nessun raggio di sole filtrava dalle serranda e io dormivo, dormivo ben sapendo che fra poco sarebbe successo di tutto, che mi sarei spostato per centinaia di miglia e avrei vissuto un piccolo sogno desiderato e costruito nel tempo. Forse in me già sognavo quei momenti,  chissà quante volte m’è capitato di farlo, dieci, cento, mille volte. Il primo giorno vedro questo, il secondo quest’altro, il terzo quest’altro ancora, spesso mi trovo a camminare per le città e per i paesaggi senza sosta, senza mai fermarmi per ore, mi lascio trasportare dalla forza della curiosità di vivere ogni attimo e di scoprire sempre di più la profondità di quelle atmosfere e di quei secondi che in questi viaggi sembrano volare come trasportati da un soffio troppo, troppo veloce. Anche chi mi conosce da anni, non sarebbe capace di riconoscermi in quei momenti, sembro sospinto da qualche strana forza di cui ancora nessun fisico ha avuto modo di scoprirne l’origine, la forza della passione. Ed ecco la sveglia, una corsa per mettere insieme le ultime cose e poi il decollo, il momento più bello. La mia milano sul finestrino sinistro, un saluto profondo a corso Forlanini, laggiù ormai dietro di me che di notte somiglia ad una freccia di luce che perfora il cuore della città in cui abito ormai da sette anni. Poi a distanza la Stazione Centrale illuminata di quei colori seppia come se fosse costruzione d’altri tempi in assoluto contrasto con il grattacielo davanti a lei, due aspetti di una città così uguale e così diversa allo stesso tempo. Ma ormai l’aereo ha preso quota e la direzione è nord-ovest, le nuvole coprono la visione della pianura padana e dei suoi paesini a tela di ragno e mi lasciano la possibilità di chiudere gli occhi ripensando al da farsi non appena atterrato.

Tempo? Piovoso, vento da ovest, come al solito Paris mi accoglie con la sua pioggia sottile ed io… ne sono contento. Nemmeno la grandine potrebbe rovinare quegli attimi… volo in metrò verso il solito albergo nel cuore del primo distretto, proprio vicino all’Ile de la Seine. Lì, quelle mura di quel vicoletto pedonale mi hanno visto per tanto tempo. Poco dopo quella straordinaria pantera all’ingresso sembra quasi salutarmi come sempre, le sorrido, o forse sorrido a me stesso perché sono troppo felice di quell’attimo. E’ tardi ormai ma non sento il peso delle ore passate, lascio i bagagli e volo via con le mie solite quattro cose: la mia fida giacca, cappello antipioggia, maglia a collo alto, jeans e interactive. Sotto il giaccone spunta l’indomabile fotocamera, che ha saputo vedere le sabbie del deserto, l’aurora boreale, l’infinità dell’oceano e il blu più profondo del cielo migliaia di metri sopra di noi. Mi chiedo cosa direbbe se potesse parlarmi, ma ora non importa, anche stasera inizierà a fare il suo dovere! Il mio passo veloce saluta i marciapiedi desolati di una tarda sera di inizio dicembre della città, mi sto dirigendo proprio là… dove mi porta lo sguardo, sempre avanti verso la storia sospinto dalla curiosità di rivedere quelle luci, quegli scorci con i miei occhi e non attraverso semplici immagini. Trovo il tempo per qualche sms, due parole per esprimere ciò che sto provando, anche la pioggia più impervia non sarebbe in grado di fermare il mio entusiasmo, in quei momenti mi sento in grado di sfidare qualunque cosa. Ho deciso la meta della prima serata, vedrò Place Vendome.  Camminando sento di essere lontano dai miei soliti passi, lo sento dalla gente che vedo, la sento sempre inspiegabilmente più vicina, molti ti guardano in faccia e se contraccambi lo sguardo ti lasciano un sorriso amichevole, quasi a volerti salutare, nelle nostre città spesso ti riesci solo a scontrare con la diffidenza delle persone e non con il loro sguardo e questo è ahimè segno dei tempi che cambiano e degli eventi che stanno ammorbando la nostra nazione…  Un forte vento rallenta il mio instancabile passo che prosegue lungo rue de rivoli e guardando lungo la via mi rendo conto della sua infinita lunghezza, essa taglia in due il centro di Parigi da est a ovest per poi proseguire fino alla periferie prolungandosi lungo gli Champ Eliseè. Taglia il cuore di parigi come se volesse dividere due quartieri, quello alto-borghese, classico di Vendome, Lafayette, l’Operà dal resto. Mi fermo qualche tempo in Louvre, due fotografie a quella piazza fatta di colori soffusi che risaltano l’antichità di quella struttura e donano tutto intorno una velata e incredibile atmosfera quasi da fumetto; tutto ciò  mi avvolge quasi a protezione. Eppure ne hanno visti di eventi quelle sue mura e quelle statue sulle sue balconate. Per un attimo mi distraggo e seduto su una panchina di pietra guardo l’infinito: m’immagino una festa, luci di candelabri rischiarano la vita festosa fra le stesse mura, ora più giovani, attraverso i suoi finestroni giganti. Qualche carrozza parcheggiata lungo le porte de le Tuileries. I suoi giardini e l’orangerie gremita di gente vestita con usuali abiti settecenteschi ridendo e parlando di ogni cosa. Poco dopo però qualcosa sembra essere cambiato nell’aria e d’improvviso mi sento avvolto dalla cupezza, le stesse persone sembrano quasi guardinghe nella notte e tutto pare più tetro e meno poetico. Si sentono grida lontane e il cielo nebbioso viene rischiarato da inusuali luci purpuree… in lontananza il tonare di cannoni si intercala con il silenzio più assoluto. Quell’atmosfera è gelida e cupa e un brivido mi passa lungo tutto il corpo quando guardando verso quella costruzione non rivedo più i vecchi fasti, ma il buio più totale e ogni tanto qualche luce veloce lungo i corridoi sta a segnalare allarmismo e paura come se le persone che in essa vi abitano fossero già coscenti degli eventi che presto sopraggiungeranno. Quegli anni bui racconteranno la storia di un popolo che quelle mura ben conoscono. Racconteranno le voci di una città che ha saputo essere il vertice del mondo di ieri, attraversata da eserciti in trionfo, ma anche messa al rogo e saccheggiata interamente da rabbia e voglia di rivoluzione. Le acque di quel fiume, le alte torri di Notre Dame potrebbero raccontare le incredibili fasi della storia di questi ultimi cinque secoli.


Chissà… quel silenzio strano, avvolgente di quei palazzi in tarda notte, quando tutti ormai sono già rivolti al giorno dopo, sembra parlare con il tono di un anziano progenitore, quel tono baritonale, stanco ma ricco di esperienza e di fierezza, sembra voler raccontare la sua storia perché nel bene e nel male non sia mai dimenticata.

Purtroppo al mio risveglio da quel sogno mi rendo conto che la mia immagine, quella che correndo attraversando la pioggia voleva sfidare il tempo, è arrivata al capolinea di quello splendido viaggio. Troppo breve come sempre ma ricco di imperdibili valori che andranno ad aggiungersi alla mia vita. Ecco, come prima mi ritrovo là seduto vicino al mio finestrino di una piccola nicchia in una fusoliera in attesa di staccarmi ancora una volta da quel mondo.


Fra breve rivedrò velocemente quelle piccole luci, color seppia,  la senna argentea che disegna un ricamo in mezzo alla nera e circolare città delineata dalla fascia luminosa della sua tangenziale. Scie d’acqua percorrono il finestrino da destra a sinistra e annebbiano le ultime immagini, un saluto dal faro di madame Eiffel e poi ecco la nebbia offuscare la risalita del rientro e conciliare il sonno. Se non avessi con me quelle foto, innumerevoli immagini catturate in quei giorni, potrei anche avere l’impressione di trovarmi al confine di un sogno vissuto però ancora una volta in prima persona.

Al rientro un semplice albero bianco addobbato con pigne e colori un po’ innaturali mi ricordano che anche nel mio piccolo mondo e non solo nel grande fasto della città sognata è l’inizio del più bel periodo dell’anno. Speriamo che questa magia possa donare più felicità di quanta ne percepisco alle persone a cui voglio bene.

Buon Natale.

Postato da: riverwind a 03:13 | link | commenti (10)
viaggi, sogni, auguri, natale, paris, nonni

lunedì, 04 giugno 2007

Ricordi

Ieri sono tornato sulle mie colline, le colline dei miei nonni per la verità, i miei nonni paterni. Il posto è vicino ad Aqui Terme, proprio in mezzo al monferrato. Un posto particolare, ma per me un posto di ricordi.

Da tanto non tornavo in quei posti, da tanto non rivedevo quella terra eppure lì ho passato un sacco di sabati e domeniche in ogni stagione. Io non ho mai amato profondamente i miei nonni paterni, non saprei dire perché in realtà ma non posso dire di aver voluto loro bene come mi è capitato per molte altre persone. Il loro atteggiamento è sempre stato austero e conflittuale con chiunque, un atteggiamento che sento così lontano dalla mia natura che credo che abbia frenato in qualche modo la mia capacità di voler bene. Però sono rimasto molto affezionato a quegli spicchi di luce in mezzo ai vigneti, a quegli alberi cresciuti ogni tanto qua e là tra i filari e a tutti i momenti che ho vissuto in mezzo a quei campi.

Ricordo le corse, i momenti di vendemmia, i tentativi vani di risalita sugli alberi per cogliere un frutto, ma non solo, ricordo le primavere, le notti, la magia delle notti in quei posti. Tutto ciò che di giorno era chiaro e verde, pulito e sicuro, diventava di notte gotico e misterioso. Ricordo le lucciole e le lanterne fatte con esse all’epoca della maturazione del grano e alle passeggiate fatte con quelle lanterne. Ripensandoci mi sovvengono i momenti e le sensazioni delle passeggiate notturne. Quella sensazione di aver dietro il mistero che insegue la tua strada, quei rumori notturni che tutto sembrano tranne che naturali, il canto dei grilli e la lieve brezza che calma l’arsura del terreno ancora caldo dalla stupenda giornata assolata appena trascorsa. Il sentire rumori in lontananza, nel buio, il latrare di un cane che avrebbe presto acceso altri latrati a volte più lontani, altre più vicini. Una luce laggiù in fondo tra gli alberi stava ad indicare una casa, un deciso vociare per impartire ordini di silenzio ai cani e poi di nuovo silenzio perfetto lasciando per una volta la voce alla natura. La bellezza di quei momenti era unica, in quel tempo sentivo che potesse bastarmi più di ogni altra cosa, poter sentire quei rumori, quegli infiniti dialoghi portati dal silenzio. Mi piaceva fermarmi ad ascoltarli e magari sedermi su un muretto lì attorno e perdermi nella notte d’estate di quella terra. Spesso con me c’era la vecchia Adua, il cane a cui sono rimasto più affezionato poiché ha accompagnato i momenti spensierati della mia vita. Lei era dolce, stava lì in silenzio a guardarmi e guardarsi attorno, spesso seduta, quasi riuscisse a percepire quello che percepivo io e poi gli sguardi si incrociavano quando per sbaglio la cercavo. Ma di lei parlerò un’altra volta. Ricordo gli effetti della luce della luna sul verde, tutto diventava sovrannaturale, argenteo, ma nitido e meno tetro. Anche sotto i grandi alberi si intravedeva la sua luce e i giochi d’ombra che proiettava per terra illuminava fievolmente permettendo di seguire il cammino verso dove la mia mente voleva vagheggiare. Spesso il mio punto di arrivo era lassù, la sommità della collina più alta. Salire per quei sentieri era faticoso, ricordo che spesso raggiungevano delle pendenze molto robuste, ma era bello anche per quello, perché più in alto si andava più si apriva agli occhi un vero paesaggio da fiaba. Su quella sommità era presente una cappelletta, una piccola chiesa a misura d’uomo con un piccolo esemplare di campanile. Lì si diceva messa il giorno di S. Rocco, per tramutare quella domenica in un vero giorno di gran festa. Ma di notte lassù non c’era nessuno davvero e arrivato in cima mi sedevo sul piccolo muricciolo che l’accompagnava alla fine del vigneto. E che magia… era il colle più alto dei dintorni, nelle sere illuminate dalla luna si vedeva tutto da lassù, tutto il monferrato  rischiarato da una luce lattea ma tenue, non forte e fastidiosa come sarebbe stato dodici ore più tardi. Spesso una lieve brezza allietava la serata e non di rado provocava il leggero scampanare della sommità della chiesetta. Mio padre, guardando verso sud, si sforzava di farmi vedere anche il mare da lassù ma io non sono mai riuscito a vederlo probabilmente era racchiuso nei suoi ricordi. Forse con un po’ di fantasia… ma di sicuro da lassù sembrava di poter vedere i confini del mondo anche senza essere così alto. Era l’immaginazione della fanciullezza che spesso permette di vedere cose che mai più si riusciranno nemmeno ad immaginare. Lo sembrava davvero. Spesso infatti si hanno delle visioni un po’ distorte quando si è piccoli, a misura di bambino direi, da grande rivedendo gli stessi posti non di rado si rimane tanto delusi. Io non lo sono stato però. Non sono stato deluso, quella immagine è come se fosse tornata davanti ai miei occhi e come se l’avessi riavuta, come per incantamento. Da lassù ho rivisto i boschi di nocciole, dove amavo perdermi perché il sottobosco lì era tutto sempre molto pulito, correre sull’erba tagliata mi è sempre piaciuto, il suo profumo era buono e i rami folti dei noccioli in estate rallentavano gli effetti del calore estivo.

Sdraiarsi là sotto e guardarsi attorno, più avanti un campo sterminato di granturco appena spuntato e sulla destra il Rio Crosio che dopo epoche si è scavato la sua via nel tufo addentrandosi nella terra. Ah che ricordi quelli… mio nonno che prendeva un arnese per la potatura e mi invitava a scendere con lui sul fondo del Rio, bè scendere su quel versante lungo il sentierino tenuto sempre pulito era bellissimo. Sembrava di entrare in una foresta di altri ambienti, di altri mondi. Gli alberi altissimi sopra di noi coprivano quasi del tutto la luce solare lasciando filtrare solo il minimo indipesensabile per riuscire a vederci attorno. Poi laggiù il rumore dello scrosciare dell’acqua e più a monte, una cascata. Lui si divertiva a potare, ed io a memorizzare quelle sensazioni, quei profumi, quelle immagini per far sì che io adesso, riguardandole le senta vive come se fossero momenti trascorsi proprio ieri quando invece ormai sono passati ormai più di vent’anni. Mio nonno poco dopo quei momenti ci ha lasciati e ripensandoci… tutto torna più vero quando tornando verso casa trovo ancora la vecchia croce in mezzo a un filare che mi ricorda una vita.

Adesso un grande ciliegio sta alle sue spalle e i petali dei suoi fiori rosa e bianchi formano un bellissimo tappeto colorato sul verde smeraldo dell’erba di primavera. Non so perché ma mio padre e mio nonno prima di lui usava piantare una nuova pianta alla morte di qualcuno che aveva segnato una linea fondamentale nella loro vita. Credo che volesse trattenere i ricordi della morte nell’inizio di una nuova vita o almeno così ho sempre voluto intendere.

Postato da: riverwind a 23:50 | link | commenti (16)
pensieri, amore, ricordi, sogni, primavera, mondo, emozioni, nonni, monferrato, adua