Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi di tenebre, rischio costante, ritorno incerto.

Eccomi

Utente: riverwind
Nome: Paolo
Eccomi tra voi, annoierò gli internauti con le mie storie, i miei racconti. Come Salgari sogno di viaggiare anche quando il mio veliero è attraccato al molo, come Shackleton amo le sfide naturalistiche, come Harrer mi piacerebbe vivere e vedere mondi passati. L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria; una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!» Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria: «Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!

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giovedì, 08 novembre 2007

Giorni d’autunno

Chi arriva ad affermare con convinzione che l’autunno sia una stagione triste sono convinto che non abbia mai avuto l'occasione di trovarsi immerso nella natura. L’autunno dona al mondo colori unici, inaspettati. Non ci si rende conto di come sono finchè non si prova ad ammirarli personalmente; l’atmosfera che creano è tutto fuorchè triste. Il contrasto dei colori di un larice quando sta perdendo le sue foglie aghiformi con l’azzurro del cielo è un vero spettacolo, assaporarlo con il bianco candore delle nevi sulle alte cime rende tutto magico e fuori dal tempo.

Così ho deciso di regalarmi tre giorni in alta montagna, fra le mie valli o almeno fra le valli che più sento mie. La decisione la presi almeno due settimane prima riguardando fotografie d’autunno dell’anno passato e rivivendo parte delle stesse sensazioni già provate. Approfittando di tre giorni di vacanza mi sono immedesimato nel cuore della valdigne che in questi giorni è povera di turisti, ma paradossalmente è incredibilmente più bella del solito. Risalire in mezzo le strette e alte valli all’ombra di svettanti cime imbiancate dalla neve perenne è stata una vera emozione, un’emozione che è percepibile nell’aria, respirando quella fredda brezza del mattino che mantiene un alone di rugiada sui sentieri non ancora esposti al sole. Quanto è bello camminare nell’ombra ma allo stesso tempo vedere gran parte dei versanti rischiarati da una luce arancione, soffusa, quasi volesse anche lei rispettare quel rigore mistico che aleggia in queste giornate. Eppure ciò che si apre davanti agli occhi cresce di momento in momento finchè non arriva a sbottare in tutta la sua forza con immagini pittoresche. E’ difficile non farsi cogliere dall’emozione inaspettatamente e resistere a far sì che una lacrima non stia a provare la propria felicità nel riuscire a vedere e a percepire certe manifestazioni artistiche proprie della mano della natura. Le sue associazioni sono spesso perfette, senza ombra di dubbio degne della miglior mano. Difficilmente di si rende conto di qualcosa fuori posto, spesso ciò che risulta essere fuori posto è l’opera umana purtroppo ma per fortuna quelle valli, in questo periodo risultano essere incontaminate. Trovare qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il freddo autunnale per camminare in mezzo a quei posti è davvero un caso, ma quando capita ti rendi conto di quanto siano speciali le persone che sanno apprezzare ciò che provi tu, forse perché in esse si riconosce in parte se stessi Ci si ferma volentieri a parlare per cercare di esprimere la propria soddisfazione nel riuscire a vivere quei momenti, si percepisce la voglia di poter urlare al mondo la propria felicità.

Le conclusioni risultano sempre le stesse, poi ci si guarda attorno, due foto e la speranza di potersi incontrare su per quei sentieri ancora una volta, in futuro. Trovo che sia meraviglioso incontrare casualmente una persona, condividere vite passate, storie mai sentite o raccontate e poi dopo qualche tempo lasciarsi con un in bocca al lupo, per tutto. E quella frase ti ritorna indietro con un tocco di melanconia perché racchiude in sé una miriade di altre cose che vorresti dire ma che non riesci perché è giusto così. In bocca al lupo Anna, per tutto. Te lo ridico qui, già sapendo che questo sarà un messaggio in bottiglia lanciato in mezzo all’oceano e verrà catturato da tutti tranne che da te, perché non lo leggerai mai. Non è da chiedersi il motivo, perché non c’è un motivo, l’ha voluto il destino: incontrarsi in un rifugio abbandonato da chiunque, per sbaglio, risalendo per due strade diverse e poi ridiscendere con un sorriso verso la propria vita. Il bello è che in queste occasioni senti la vera sincerità nelle frasi, intatta e non corrotta da ciò che pensi o da come vivi. Una sincerità pura e schietta, come se l’ambiente in cui sei ti coinvolgesse così tanto da farti dimenticare i modi del quotidiano in cui ti trovi costretto a nasconderti dietro le solite finzioni dettate dalla nostra società.

Attendere il tramonto lassù è una follia, lo so, ma per me è inevitabile. Perché l’allungarsi delle ombre rende il paesaggio ancor più dissimile dalla realtà e i colori ancor più soffusi, tendenti allo scuro trasforma il panorama in una distesa informe, quasi misteriosa. Le sagome dei monti rimangono chiare per gli ultimi raggi e contrastano il buio sottostante sfidandolo, ma non per molto. E’ ora di ripartire, la strada per il ritorno è ancora lunga, e seppure la conosca molto bene, è bene non farsi cogliere troppo presto dall’oscurità della sera.  Non rimane che preparare le ultime cose, rimettersi lo zaino in spalla ed iniziare ad incamminarsi: il sentiero si raccoglie in un’ansa alla fine del pianoro, da lì riparte per la forte discesa verso valle.  Mi giro… il rifugio sulla destra, il ghiacciaio arancione di fronte a me, il lago gelato in fondo sulla sinistra, quella tiepida roccia sulla quale sono stato sdraiato tutto il pomeriggio, la meticolosità con cui il ruscello, noncurante di ciò che accade attorno a sé, continua a parlare. Quando ecco che lassù l’apparizione fulminea di venere nella profondità del cielo mi ricorda che il tempo è finito e non posso attendere oltre.

Il mio sguardo si rattrista nel voltarmi nuovamente verso il fondovalle, ma consapevole dell’inevitabile, eccomi iniziare la discesa verso l’oscurità dell’ignoto accompagnato dall’apparizione delle prime stelle.

Postato da: riverwind a 23:43 | link | commenti (11)
pensieri, viaggi, sogni, mondo, emozioni, alpinismo, alba, neve, tramonto, autunno

martedì, 21 agosto 2007

Sahara

Mal d’Africa? Ne avevo sentito parlare anni fa, nemmeno troppi se devo essere sincero, tutti ne parlano come di una straordinaria attrazione con cui quel continente è in grado di colpire e far sì da renderne difficile la rinuncia per il nostro viver quotidiano.  A dirla così sembra davvero grossa, una sorta di amore implacabile, un colpo di fulmine talmente intenso da mettere in discussione tutti i parametri di vita presi in considerazione fino a quel momento, una rinuncia quasi totale pur di non separarsi da un ambiente. Una persona che non ha mai avuto la fortuna di vedere l’africa o che l’ha vista solo in fotografia potrebbe pensare che sia una maniera per ingrandire la curiosità dei viaggiatori oppure una violenta roboanza sentimentale lasciata ai posteri dagli spiriti più romantici. Ho sentito parlare addirittura di paure legate a questo mito, paure di raggiungere il continente africano per poi non riuscirne ad evitare la separazione. A dir la verità non ho mai sopportato granchè questi discorsi: è come dire di aver paura dell’ignoto per non uscire dalla propria quotidianità oppure ancora di aver paura di innamorarsi per scoprire un nuovo sentimento. Assurdo! Certo, possiamo anche tentare di chiuderci nel nostro beneamato monticello di casa, lavoro e famiglia, ma quando un giorno dovremo confrontarci con noi stessi potremo davvero mentirci dicendo di aver vissuto? Non voglio contestare le abitudini di chi si accontenta di cos’ha, ma la vita è qualcosa di più  ritengo, qualcosa per cui valga davvero la pena di rischiare di innamorarsi e di modificare la propria vita pur di accogliere in sé nuove esperienze, nuove speranze. Ho deciso di partire per la Tunisia non soltanto per passare due settimane sotto il suo cielo assolato ma per comprendere un’altra cultura e per conoscere posti diversi, così tanto diversi per la verità sebbene risultino essere così vicini. Al mio ritorno devo ammettere che è stata una scelta azzeccata, o meglio: una delle scelte più azzeccate; mi sono allontanato così tanto dal mio mondo, dal mio paesello come non credevo si potesse fare fin d’ora. Purtroppo la gente tunisina ha una brutta concezione di noi italiani, la maggior parte di loro ci usa sapendo che è l’unica maniera che hanno per trarne profitto. Alcuni però hanno voglia di raccontarsi e di aprirsi al di là delle solite facezie, di raccontare della loro gente, delle loro origini e della loro vita famigliare. Certo, le occasioni per parlare con queste persone è necessario cercarsele altrimenti gli unici rapporti instaurabili sono quelli dell’esemplare ingenuo che viene costantemente e ripetutamente fregato ai negozietti del centro, ma se si ha un po’ di pazienza e se non si ha timore di addentrarsi nel paese, tutto è più semplice. Bisogna investire tempo e trovare le persone giuste. E’ bello e nostalgico sentir parlare tunisini che lavorano nei souk di Tunisi della loro famiglia vicino al grande Erg, centinaia di chilometri a sud. Sentir parlare della nostalgia di vederli due, tre volte l’anno, del loro piccolo pezzo di terreno sabbioso e di come usano difenderlo da serpenti e scorpioni. Delle coltivazioni di datteri nelle oasi e del motivo che li ha spinti nel caos più incredibile di un’antica città araba.

Scendere lungo il Sahel e vedere come cambia il territorio è incredibile, prima colline verdi, ricche di bassi vigneti e di qualche agrumeto, poi ulivi… sterminate piantagioni di ulivi prima fittissime e poi rade, sempre più rade fino a sparire per poi lasciare il posto a bassi cespugli in mezzo a un terreno ad alta rilevanza sabbiosa.

Il caldo incrementa mentre si scende verso sud, più ci si addentra nel continente e più lo si percepisce, sebbene sia molto secco. Passare lungo quelle strade assolate, senza un albero, senza un’ombra a distanza di chilometri crea nel proprio cuore uno stato di ansia accostato a un’incessante voglia di scoprire la prossima trasformazione del territorio.

Ogni tanto un villaggio lungo la strada, qualche albero, persone sedute appena fuori dall’ingresso delle loro case a guardare il mondo, il loro solito mondo. In lontananza l’Atlante Sahariano, l’ultima catena di monti prima del deserto, certo… parlare di monti è forse eccessivo ma sono alti quanto basta per frenare i venti caldi del Sahara e lo stesso deserto verso la parte rigogliosa del paese. Oltre il deserto roccioso dell’Atlante ecco infine l’immensa pianura ondosa di sabbia. Ogni tanto ancora delle oasi stanno ad indicare che questa è solo la periferia del nulla e che la direzione da intraprendere è forzatamente verso ovest. Quello che viene chiamato deserto roccioso è un vero paesaggio lunare, colline in tufo, rossastre, all’apparenza prive di ogni tipo di vita. Se si ha la pazienza di ammirare con maggiore accortezza però spesso si intravedono delle grotte ai lati delle colline, questa è la vera terra dei Berberi che hanno abitato terre invivibili per riuscire a sopravvivere alle scorrerie dell’invasione turca.

La fortuna di poter assistere alla notte di San Lorenzo nell’oasi di Tamerza rende il tutto più magico: assistere allo spettacolo pirotecnico naturale passeggiando lungo viali immersi in fitti palmizi avvicina il significato antico delle oasi. La cascata delle Perseidi è proprio come vederla da pascoli di alta montagna con l’unica differenza che qui l’orizzonte è immenso, non ha davvero limiti. Le ultime luci della sera lasciano spazio alle prime lacrime di San Lorenzo, contarle è inutile, sono troppe. Alcune spettacolari solcano il cielo da parte a parte rischiarando per pochi attimi anche le sabbie del deserto. Il fascino che genera tutto questo è indescrivibile, non è fotografabile, né raccontabile, è una delle tante storie che vanno provate di persona.

Sono felice in questo momento, sono felice perché riesco ancora a meravigliarmi della bellezza del mondo che ho attorno. Il giorno successivo ci siamo trovati ad ammirare l’alba in mezzo al Chott el Jerid, un immenso deserto di sale all’estremità ovest della Tunisia, quasi al confine con l’Algeria, ed ancora meraviglia per un’alba intagliata in un cielo quasi nuvoloso. Il cielo di mille colori riflesso sulla sabbia bianca, qualche pozza d’acqua ferrosa ogni tanto, il silenzio del vento, unico rumore in mezzo a quella distesa. Il fascino dell’ignoto e dell’incontaminato è il sovrano di quei paesaggi. Se penso adesso che ogni giorno in mezzo a quel luogo si può assistere a uno spettacolo così bello… ritorna un po’ di nostalgia. Probabilmente il mal d’africa consiste proprio in questo. Nel ricordo di una delle poche zone del nostro pianeta davvero incontaminate e libere dagli insediamenti umani, nel ricordo di uno dei pochi luoghi ove l’uomo non è ancora riuscito a spodestare la natura dal suo legittimo trono e dove ogni cosa ha ancora il giusto senso.

Una ricordo impresso nella mente è la figura di un attimo di vita in un’altra oasi nei pressi di Douz. Un bimbo a cavalcioni su un ciuchino carico di sacchi, la sua faccia illuminata mentre gli passavamo di fianco e al levar della mano per il saluto ecco il suo sbracciare quasi a festa, il suo sguardo sorridente. Subito davanti forse il nonno con in mano le redini per indicare la strada di casa, vederlo levare lo sguardo verso la strada e sorriderci stancamente sentendo la gioia del nipote. Probabilmente tornavano dopo aver fatto spese al mercatino vicino casa, vederli su quella strada gialla di sabbia con ogni tanto qualche bianca casa delimitata da muri alti per evitare che la sabbia non arrivi a riprendersi il terreno, mi ha ricordato scene di vita raccontate dai miei nonni tanto tempo fa. La differenza stava nel luogo e nel tempo, ma in molti luoghi di questo mondo il tempo si è fermato, i cellulari non hanno campo e non c’è telefono fisso, ma si sorride ancora a un auto che corre veloce.

Postato da: riverwind a 18:44 | link | commenti (18)
viaggi, tunisia, mondo, emozioni, deserto, alba, oasi, sahara

domenica, 05 agosto 2007

L'inizio di una nuova avventura

Vento caldo, sabbia, fauna a me sconosciuta, non sono mai stato in Africa e domani si parte. Sono alla caccia di qualcosa di veramente nuovo, voglio vedere le porte del Sahara. Me l'immagino strano, immenso, senza confini. Quello di cui sono a caccia, come sempre, non è vedere in realtà qualcosa di nuovo, bensì aspirarne l'atmosfera che suscita per carpirne nuove emozioni e perchè no per raccontarle come spesso uso fare anche su questo blog. Molti mi hanno parlato dei rischi di quel paese e della vicina Libia ove, se mi sarà concesso dai doganieri, andrò per vedere alcune oasi, ma io spero di riuscire a infiltrarmi in quel territorio così da poter vivere davvero e non come un turista altri luoghi stupendi.

A sud purtroppo quel paese è militarizzato, dicono che sia occupato da fondamentalisti provenienti dagli stati limitrofi, per cui il rischio temo che sarà elevato, ma sono deciso a dare il meglio di me, mi informerò sul luogo e cercherò di comprendere fin dove mi potrò spingere senza rischiare pesantemente.

Le oasi dicono che siano uno spettacolo da non poter narrare, solo vedendole con i propri occhi, sentendone i suoi con le proprie orecchie dicono che si possa davvero capire la bellezza di quei posti. Io credo che la cosa più bella, quello che più mi attirerà, sarà il contrasto, la differenza del loro orizzonte e il grande trasformismo della morfologia di quel territorio.

Una parte di me freme dalla voglia di godere di quei momenti, l'altra è lesa dalla mancanza della possibilità di vivere di più le mie montagne. Oggi sono stato a salutarle, sono tornato al Mezzalama, un rifugio che non vedevo da qualche anno, molto bello quel panorama, molto bella quella traversata del ghiacciaio dalla forcella dei salati all'ombra del ghiacciaio del Lys. Ma di questo ne parlerò un'altra volta... Rimango in attesa dell'istante del decollo, attimo che delinea con precisione l'avvio verso una nuova, seppur breve, avventura. Questa volta il mio cammino seguirà il percorso di un'ombra, l'ombra dell'unica palma che con coraggio ha sfidato da sola i pericoli del deserto cui è ospite.

Un caro augurio di buone vacanze a tutti i viaggiatori...

Postato da: riverwind a 23:16 | link | commenti (4)
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lunedì, 04 giugno 2007

Ricordi

Ieri sono tornato sulle mie colline, le colline dei miei nonni per la verità, i miei nonni paterni. Il posto è vicino ad Aqui Terme, proprio in mezzo al monferrato. Un posto particolare, ma per me un posto di ricordi.

Da tanto non tornavo in quei posti, da tanto non rivedevo quella terra eppure lì ho passato un sacco di sabati e domeniche in ogni stagione. Io non ho mai amato profondamente i miei nonni paterni, non saprei dire perché in realtà ma non posso dire di aver voluto loro bene come mi è capitato per molte altre persone. Il loro atteggiamento è sempre stato austero e conflittuale con chiunque, un atteggiamento che sento così lontano dalla mia natura che credo che abbia frenato in qualche modo la mia capacità di voler bene. Però sono rimasto molto affezionato a quegli spicchi di luce in mezzo ai vigneti, a quegli alberi cresciuti ogni tanto qua e là tra i filari e a tutti i momenti che ho vissuto in mezzo a quei campi.

Ricordo le corse, i momenti di vendemmia, i tentativi vani di risalita sugli alberi per cogliere un frutto, ma non solo, ricordo le primavere, le notti, la magia delle notti in quei posti. Tutto ciò che di giorno era chiaro e verde, pulito e sicuro, diventava di notte gotico e misterioso. Ricordo le lucciole e le lanterne fatte con esse all’epoca della maturazione del grano e alle passeggiate fatte con quelle lanterne. Ripensandoci mi sovvengono i momenti e le sensazioni delle passeggiate notturne. Quella sensazione di aver dietro il mistero che insegue la tua strada, quei rumori notturni che tutto sembrano tranne che naturali, il canto dei grilli e la lieve brezza che calma l’arsura del terreno ancora caldo dalla stupenda giornata assolata appena trascorsa. Il sentire rumori in lontananza, nel buio, il latrare di un cane che avrebbe presto acceso altri latrati a volte più lontani, altre più vicini. Una luce laggiù in fondo tra gli alberi stava ad indicare una casa, un deciso vociare per impartire ordini di silenzio ai cani e poi di nuovo silenzio perfetto lasciando per una volta la voce alla natura. La bellezza di quei momenti era unica, in quel tempo sentivo che potesse bastarmi più di ogni altra cosa, poter sentire quei rumori, quegli infiniti dialoghi portati dal silenzio. Mi piaceva fermarmi ad ascoltarli e magari sedermi su un muretto lì attorno e perdermi nella notte d’estate di quella terra. Spesso con me c’era la vecchia Adua, il cane a cui sono rimasto più affezionato poiché ha accompagnato i momenti spensierati della mia vita. Lei era dolce, stava lì in silenzio a guardarmi e guardarsi attorno, spesso seduta, quasi riuscisse a percepire quello che percepivo io e poi gli sguardi si incrociavano quando per sbaglio la cercavo. Ma di lei parlerò un’altra volta. Ricordo gli effetti della luce della luna sul verde, tutto diventava sovrannaturale, argenteo, ma nitido e meno tetro. Anche sotto i grandi alberi si intravedeva la sua luce e i giochi d’ombra che proiettava per terra illuminava fievolmente permettendo di seguire il cammino verso dove la mia mente voleva vagheggiare. Spesso il mio punto di arrivo era lassù, la sommità della collina più alta. Salire per quei sentieri era faticoso, ricordo che spesso raggiungevano delle pendenze molto robuste, ma era bello anche per quello, perché più in alto si andava più si apriva agli occhi un vero paesaggio da fiaba. Su quella sommità era presente una cappelletta, una piccola chiesa a misura d’uomo con un piccolo esemplare di campanile. Lì si diceva messa il giorno di S. Rocco, per tramutare quella domenica in un vero giorno di gran festa. Ma di notte lassù non c’era nessuno davvero e arrivato in cima mi sedevo sul piccolo muricciolo che l’accompagnava alla fine del vigneto. E che magia… era il colle più alto dei dintorni, nelle sere illuminate dalla luna si vedeva tutto da lassù, tutto il monferrato  rischiarato da una luce lattea ma tenue, non forte e fastidiosa come sarebbe stato dodici ore più tardi. Spesso una lieve brezza allietava la serata e non di rado provocava il leggero scampanare della sommità della chiesetta. Mio padre, guardando verso sud, si sforzava di farmi vedere anche il mare da lassù ma io non sono mai riuscito a vederlo probabilmente era racchiuso nei suoi ricordi. Forse con un po’ di fantasia… ma di sicuro da lassù sembrava di poter vedere i confini del mondo anche senza essere così alto. Era l’immaginazione della fanciullezza che spesso permette di vedere cose che mai più si riusciranno nemmeno ad immaginare. Lo sembrava davvero. Spesso infatti si hanno delle visioni un po’ distorte quando si è piccoli, a misura di bambino direi, da grande rivedendo gli stessi posti non di rado si rimane tanto delusi. Io non lo sono stato però. Non sono stato deluso, quella immagine è come se fosse tornata davanti ai miei occhi e come se l’avessi riavuta, come per incantamento. Da lassù ho rivisto i boschi di nocciole, dove amavo perdermi perché il sottobosco lì era tutto sempre molto pulito, correre sull’erba tagliata mi è sempre piaciuto, il suo profumo era buono e i rami folti dei noccioli in estate rallentavano gli effetti del calore estivo.

Sdraiarsi là sotto e guardarsi attorno, più avanti un campo sterminato di granturco appena spuntato e sulla destra il Rio Crosio che dopo epoche si è scavato la sua via nel tufo addentrandosi nella terra. Ah che ricordi quelli… mio nonno che prendeva un arnese per la potatura e mi invitava a scendere con lui sul fondo del Rio, bè scendere su quel versante lungo il sentierino tenuto sempre pulito era bellissimo. Sembrava di entrare in una foresta di altri ambienti, di altri mondi. Gli alberi altissimi sopra di noi coprivano quasi del tutto la luce solare lasciando filtrare solo il minimo indipesensabile per riuscire a vederci attorno. Poi laggiù il rumore dello scrosciare dell’acqua e più a monte, una cascata. Lui si divertiva a potare, ed io a memorizzare quelle sensazioni, quei profumi, quelle immagini per far sì che io adesso, riguardandole le senta vive come se fossero momenti trascorsi proprio ieri quando invece ormai sono passati ormai più di vent’anni. Mio nonno poco dopo quei momenti ci ha lasciati e ripensandoci… tutto torna più vero quando tornando verso casa trovo ancora la vecchia croce in mezzo a un filare che mi ricorda una vita.

Adesso un grande ciliegio sta alle sue spalle e i petali dei suoi fiori rosa e bianchi formano un bellissimo tappeto colorato sul verde smeraldo dell’erba di primavera. Non so perché ma mio padre e mio nonno prima di lui usava piantare una nuova pianta alla morte di qualcuno che aveva segnato una linea fondamentale nella loro vita. Credo che volesse trattenere i ricordi della morte nell’inizio di una nuova vita o almeno così ho sempre voluto intendere.

Postato da: riverwind a 23:50 | link | commenti (16)
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martedì, 15 maggio 2007

GreyFriars

Girando per Edinburgo si respira un’aria mai provata, ricca di passato e di presente allo stesso tempo.
Il suo passato è un passato molto antico e profondo, ovunque si può sentire la voglia di libertà che gli scozzesi hanno sempre cercato.
Ovunque un’effige, iscrizione, monumento rivolto a quei tempi, a quelle guerre, Wallace è stato il loro idolo e Bruce li ha portati ad avere ciò che chiunque definisce la principale aspirazione: la libertà.
Oggi è tutto dato per scontato, anche la libertà e bisogna stare molto attenti perché è in questi momenti che è facile perderla, perché quando qualcosa viene considerata scontata non ci si rende più conto di quand’è finita, passata. E’ un po’ come l’amore: desideri, ami, faresti qualunque cosa per lei, poi d’un tratto la consideri come se fosse tua per sempre, ovvero non la desideri più fin tanto che ti rendi conto tu stesso che ciò che ti lega non è amore ma qualcos’altro e ti risvegli in un incubo. Ebbene questa similitudine è fuori luogo in questo racconto, ma ritengo sia bene tenerlo sempre a mente, per vivere davvero.
Tornando ad Edinburgo, mentre mi lascio trasportare dalle sue strade in stile vittoriano, il mio sguardo viene irretito da un cimitero molto molto antico situato accanto ad un’abbazia approssimativamente della stessa epoca. Ho sempre adorato i cimiteri anglosassoni, perché sono particolari, affascinanti. Tendono a non nascondere, segregare le anime morte dentro un muro alto ma anzi a lasciarle visibili ai viventi aprendole al saluto dei posteri. La tranquillità permea quei posti, un giardino curato, qualche fiore qua e là cresciuto dal prato verde sale parallelo a pietre grigie che tendono al cielo quasi per indicarlo.
Nessuna di esse è piantata alla medesima maniera, ognuna ha la sua direzione, alcune curvate dal tempo, rotte dagli anni, altre sembrano voler sfidarlo rimanendo giovani e perfette anche dopo più di cent’anni.
Il cimitero è recintato da un’alta ringhiera brunita con una strana scritta sopra l’ingresso ricamata con lo stesso materiale della recizione. La scritta declina le seguenti lettere G R E Y F R I A R S.
Il cimitero è aperto ed io sono ansioso di passeggiare fra quegli alberi, leggere delle persone che sono state e delle piccole memorie che qualcuno, pensando a loro, ha fatto scrivere. In mezzo al cimitero vedo una pietra più grossa molto antica e passando tra quel fantastico gioco di ombre e luci mi accingo ad immergermi nel racconto di una vita esistita. Leggo John Gray 1858, subito ricordo una storia che avevo sentito anni fa, la storia di un cane e di un vecchio signore. Un attimo di commozione nel ricordarla perché mi balza in mente tutta d’un tratto, a questo punto il mio sguardo fugge lontano a cercare l’anello di giunzione di quella storia… ecco che si intravede dall’altro lato della recinzione la statua bronzea di un cane, su un gran piedistallo in marmo. Il suo nome era Bobby, un nome banale per un cane incredibile.
Il 15 febbraio del 1858 morì un vecchio poliziotto di Edinburgo, una persona semplice come tante in quei tempi, una vita passata, una storia mai raccontata. Ora è facile immaginarsi la neve che ricopre le strade, i comignoli fumanti per resistere al freddo di quegli anni, il profumo di legna e carbone nell’aria, la pietra brunita dal tempo delle case, la gente che passa con carretti o a piedi per le strade, bambini che giocano sorridenti, e proprio in quell’atmosfera, dentro quella semplice cancellata inizia una storia semplice di eterno amore e lealtà, storia che proseguì per ben quattordici anni e che scaldò il cuore dei cittadini di quella città al punto da ricordare le gesta di quello splendido Terrier dell’isola Skye fino ai giorni nostri.
Ebbene, Bobby non si volle rassegnare al semplice addio a John Gray ma suo desiderio fu quello di tenergli compagnia nel cimitero per tutta la vita. Non fu facile giacchè dovette lottare con chi cercava di impedirglielo. A quei tempi infatti, come ora credo, i cani non erano ammessi nei cimiteri ma soprattutto dovevano possedere una medaglia che comprovasse il pagamento di una tassa, in caso contrario il loro destino era segnato.
Lui, con le sue gesta raccolse così tanti consensi fra la popolazione che il primo giudice di Edinburgo gli conferì con piacere la cittadinanza d’onore e la sua storia invece di affievolirsi divenne leggenda.
Da quel momento venne considerato mascotte del paese, amato e rispettato da tutti, ma lui si accontentò di dedicare la sua esistenza al suo vecchio padrone. Gli era rimasto legato e niente sarebbe riuscito a farglielo dimenticare.
Così fece per quattordici anni; passavano le stagioni rapidamente ma seguitava a vivere accanto a quella lastra di pietra grigia, stando vicino a lui probabilmente si sentiva più vicino a se stesso. Meditando a questa storia mi sembra di vederlo, proprio in quel punto, sdraiato, il suo muso appoggiato al suolo,  il suo sguardo ricco di melanconica determinazione, il suo pelo folto smosso lievemente dal vento e le sue orecchie alzarsi impertinenti nell’udire rumori provenienti dalle vicinanze. Un freddo giorno del gennaio 1872 morì. Il suo corpo venne seppellito appena fuori da quel cimitero. Da quel luogo avrebbe potuto sorvegliare per sempre la fredda pietra che aveva accompagnato i loro destini. Sulla sua lapide fu eretto un monumento e un’epigrafe ora risuona più forte di un’emozione: Possa la sua lealtà e devozione essere monito per chiunque di noi.
 
Una storia d’altri tempi purtroppo, la leatà e la devozione oggi sono qualità molto rare ma rivedendo la statua rivedo gli occhi di quel cucciolo e la sua determinazione nel seguire la persona che probabilmente l’aveva amato fin oltre la morte e mi chiedo se i valori della vita, ma soprattutto della morte potranno mai entrare nei nostri cuori. E’ nella comprensione dei valori della morte che si riesce a ricavare la forza necessaria per vivere davvero, compiendo scelte, ricavandone coraggio.
Alla fine siedo per un attimo sul piccolo muro di pietra del cimitero e rimango ad ascoltare il silenzio, la tranquillità, avvicinandomi alle emozioni che si percepiscono in quel posto, vivendole e ricordandole intensamente. Il pensiero che risuona in questo momento nella mia mente è che la più crudele eredità della morte è che spesso lascia chi ha amato davvero prigioniero della vita.

Postato da: riverwind a 11:21 | link | commenti (8)
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sabato, 17 febbraio 2007

Pensieri e poesie

Stavo viaggiando in auto, ero in autostrada... mi piace viaggiare in auto, mi rilassa anche se sono alla guida, ancorpiù di sera, i fari accesi, la notte attorno, i confini delimitati che lasciano tanto all'immaginazione.

Ho letto una frase l'altro giorno: "la notte si impossessa delle parole". La trovo magnifica perchè la sento mia tanto la sento vera. La notte, l'oscurità permette di immaginare, pensare, vagheggiare nei propri pensieri e scorgere magari quello che di giorno non si riesce a vedere perchè troppo presi dalla vita, dal correre, dalla repentinità degli avvenimenti. Per questo mi piace l'oscurità e viaggiare con essa, perchè congiunge il piacere del movimento a quello dell'immaginazione. In ogni caso stavo pensando, stavo pensando alla poesia. Mercoledì ho rivisto dopo quasi diciotto anni "L'attimo fuggente", ottima interpretazione di Robin Williams ma non solo. Diciotto anni fa ricordo che la classe 2H del mio ex liceo si è trasferita di mattina al vecchio cinema della mia città a vedere un film in programmazione apposta per noi, che evento! Una mattina fuori dalle solite aule, una mattina diversa dal solito. Così all'improvviso ci siamo trovati davanti alle scene di questo piccolo capolavoro. Non sono presenti effetti speciali, nè eventi epici, ma tanta semplicità! Ha fatto così tanto colpo che ci son voluti diciotto anni per rivederlo! Qualcuno potrebbe pensare, macchè, impossibile... non gli è piaciuto per niente e sta facendo sarcasmo. Invece no, per alcune curiose vicende assolutamente casuali ogni volta che si presentava in programmazione c'era un impegno, la mancanza di un VHS o di un DVD per registrarlo, oppure lo scoprivo troppo in ritardo, magari addirittura, come spesso accade, il giorno dopo. Ecco perchè sono passati diciotto anni per poter far mie nuovamente quelle scene. Come costruire una bella sceneggiatura da un argomento così semplice, comune... la poesia e il rapporto tra una classe di liceo e un professore che non ha paura di uscire dai suoi canoni e che ama far vedere la realtà dei propri pensieri.

Ma che cos'è davvero la poesia? Se apro un dizionario e leggo il significato proposto, trovo scritto:"singolo componimento in versi, specie di breve estensione". Stupido dizionario! No, la poesia è davvero qualcosa di più di quattro parole messe in croce. La poesia non è solo un componimento, può essere tante cose. La poesia è musica, la poesia è un'immagine, la poesia è una situazione, la poesia è un film, una rappresentazione a teatro, un rapporto con una persona, un panorama, un tramonto, un cielo stellato, un orizzonte aperto, é un sacco di altre cose... La poesia è dentro di noi, nella nostra mente e noi siamo in grado di darle vita grazie a delle emozioni, degli effetti che toccano nel vivo il nostro essere. Credo sia uno dei più bei doni che abbiamo, quello di riuscire ad esternare queste emozioni, non facili da raccontare, perchè sono ben radicate e in alcuni... molto nascoste. Ognuno le da risalto quand'è toccato sul suo punto più debole,

alcuni sentendo musica, altri guardando un panorama, altri ancora vivendo un momento unico della giornata o della vita, un tramonto, ecc... ecc... Come viene esternata una poesia... in mille modi differenti, ognuno ha il suo... alcuni hanno la capicità di scriverla in versi, come suggerisce il dizionario, gli altri... gli altri la sentono dentro e la pensano fino a sentirsi un pochino più grandi, realizzati, più incredibilmente unici. Chi è capace la realizza su una tela utilizzando un pennello e pochi colori, oppure la compone scrivendo una composizione melodica di sette note su di uno spartito, oppure ancora cerca di catturarla, spesso inesorabilmente e di farla rimanere viva nell'infinito. Io amo inseguirla e vivere nell'illusione di poterla davvero catturare e far mia per sempre. Non mi rammarico di non riuscire a imprigionarla, arrivarci a farlo infatti è davvero un'illusione, un po' come lo è la vita: un insieme di illusioni che ci invogliano a cercare di scoprire sempre qualcosa di più reale e tangibile. Un augurio, rivolto ad una persona in particolare: mi raccomando, non fermarti mai di cercarla dentro di te la poesia! Credo che esternare ostinatamente la ricerca sia una delle cose più belle che possiamo far nostre, perchè oltre a rendere eterno l'attimo vissuto, aiuta anche le persone che ci conoscono a percepire quel piccolo evento accaduto da altre visuali prima incomprensibili. Questo ci arricchisce in qualche maniera e fa sì che si riesca a giungere alla soddisfazione finale della nostra esistenza.

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sabato, 30 dicembre 2006

Niege

Finalmente la mia neve!!

Stamane ho avuto tempo per rimettermi in viaggio e raggiungere uno dei più bei posti della valle d'Aosta. Come sempre il grigiore milanese diventa un azzurro incredibile in quei posti, quasi per far risaltare qualcosa di più bello. Un bel sole incisivo ha accompagnato tutta la giornata, con un indimenticabile tramonto in Val Ferret.

La risalita invece non è stata così semplice come credevo. Il programma era fantastico, un classico: risalita da La Thuile per le cascate del Ruitor fino al Rifugio Deffeyes. D'estate la risalita è abbastanza semplice un paio d'ore di cammino spedito, mille metri di dislivello circa, d'inverno è più complesso per vari motivi, neve, ghiaccio, freddo e poco allenamento. Dopo aver litigato con un vigile di La Thuile per riuscire a passare per una strada innevata, riesco ad arrivare prossimo alla frazione dalla quale usualmente si parte per quest'avventura. Sono le 8.30 circa e il sole ha appena fatto capolino sulle vette in valle si sente ancora quel frescore notturno, ma il cielo limpido, completamente azzurro invoglia una rapida risalita quasi per far sì di non perdere troppo tempo nella parte più brutta del sentiero.

La prima parte è noiosa, semplice... ma la mente è già lassù, oltre le cascate ad immaginarsi come può essere d'inverno il mio Ruitor visto da così vicino. Carico tutto l'equipaggiamento di cui posso aver necessità: acqua, cioccolato, felpa pesante, canocchiale, ciaspe, ramponi, racchette, guanti, berretto e una piccozza...non si sa mai. Naturalmente la macchina fotografica è già al collo, non potrei mai dimenticarla in una giornata così speciale.

E' tutto fantastico, annuso l'aria... è fresca, molto fresca... mi guardo attorno... sulla superficie della neve si vedono dei cristalli molto grossi anche se il manto è assolutamente secco segno che non c'è umidità ma di notte si sono raggiunte temperature molto rigide: troverò ghiaccio. Nessun problema sono attrezzato per superare ghiaccio anche in pendenza. Prendo il via, lascio l'auto parcheggiata in una strada molto innevata ma il vigile mi ha assicurato dopo aver discusso che non avrebbero chiuso la strada. Che bella sorpresa scendere con gli ultimi raggi di sole del pomeriggio e trovarsi con l'auto bloccata da un metro di neve... Incrocio le dita, punto il naso in alto e inizio a prendere il ritmo.

E' tutto stupendo, il manto nevoso è quasi intaccato qua e là si scorgono impronte di zoccoli a piè pari, sicuramente sono passati dei caprioli. Dove sono ora infatti non è molto alto: rasento i 1500 metri di quota e spesso la fauna montana scende nei periodi invernali a queste altezze per facilitarsi il compito di trovare cibo.

Ma ecco dopo un quarto d'ora di cammino o poco più la vera partenza del sentiero, è difficile riconoscerla da com'è d'estate. Per questo adoro la neve, perchè il suo manto bianco crea una sorta di realtà parallela; tutto è uguale e diverso sia per le forme che per i colori ovviamente. Sorrido felice e procedo per la mia strada... Oltrepasso il torrente Ruitor, incredibile è quasi interamente sommerso, il ponticello è interamente coperto dalla neve polverosa, camminarci sopra è fantastico sembra di camminare su dello zucchero a velo. Non è per niente faticoso nè si rischia di scivolare, sono proprio contento ma non voglio farmi illusioni, più si sale e più le temperature sono rigide e sicuramente il manto nevoso e l'acqua dei torrentelli avranno creato qualche difficoltà.

Raggiungo senza difficoltà la prima cascata dopo un quarto d'ora, è incredibile! L'acqua è quasi interamente forzata all'interno di un grosso cumulo di ghiaccio, il rumore della cascata è sordo e lontano!! D'estate è quasi impossibile parlare dal rumore che genera. Non perdo l'occasione di scattare qualche foto a quella meravigliosa scultura naturale.

Il bosco è quasi inesistente ormai, in quella zona sono presenti tutti larici e le foglie aghiformi sono interamente a terra. Contrariamente all'estate quindi si ha una vasta visione di tutto il bosco, questi scheletri di larici mettono un po' di tristezza ma il sole sta alzandosi e tutto comincia a rischiararsi meglio. Di fronte a me uno spettacolo: il Dente del Gigante illuminato di rosso... che meraviglia! Sulla sinistra il Colle grande ovvero la punta principale del Monte Bianco ha un leggero baffo bianco che spunta dal suo spartiacque, questo è segno di forte vento d'alta quota. Potrebbe cambiare il tempo ma non nelle prossime quattro ore, non c'è una nuvola a vista d'occhio.

La salita in questo punto è più verticale, com'è ovvio dovento portare a termine un dislivello di oltre mille metri...

Ma ecco, dopo un'ulteriore mezz'ora di cammino, una difficoltà: un torrente deviato sul sentiero, tutto completamente gelato. Provo a sondare il ghiaccio: è una lastra unica, solida perfetta. Pare uno specchio d'acqua. Non c'è niente da fare! Ringrazio di essermi portato dietro i ramponi li indosso e comincio a fare il primo passo per saggiarne la stabilità.

Usare i ramponi su un lastrone ghiacciato dopo che non se n'è fatto uso per qualche mese è sempre molto strano. Danno la sensazione di sicurezza, ma il passo è inevitabilmente lento e deciso perchè è necessario che gli speroni facciano salda presa sul terreno che altrimenti sarebbe molto scivoloso. Tutto sembra perfetto quando.... toc! Un passo deciso con il piede destro e un rumore sordo... sento il rampone destro mobile, non fa presa per cui tengo l'equilibro sul piede sinistro aiutato dai bastoncini. Alzo il piede per vedere che è successo ma il rampone si divide in due e il pezzo posteriore cade a terra e scivola giù nella scarpata. Una parolaccia... il punto di fissaggio del rampone destro aveva deciso di cedere dopo più di tre anni di buon servizio....proprio lì, proprio nel momento del bisogno. Una parolaccia, due, tre, quattro. Poi inizio a pensare, non posso muovermi con il piede destro. Senza rampone scivolerei perdendo l'equilibrio... A sinistra la parete terrosa molto perpendicolare. Mi appoggio e mi guardo dietro, avrò fatto una decina di passi, non posso rischiare ad avanzare, poi a tornare indietro sarebbero dolori. Non posso usare le ciaspe il ghiaccio è solido è assolutamente deforme, la plastica rigida renderebbe poco sicura la penetrazione dei ramponcini presenti nella parte sottostante.

Faccio un salto deciso di 90 gradi sul piede sinistro. Il rampone tiene e sono stabile sul piede sinistro. Aiutato dai bastoni tento la discesa saltellando sul piede sinistro. Ammetto di avere un po' di paura, sotto c'è un bello strapiombo anche se la presenza di qualche larice sul bordo mi da sicurezza.

Ce la faccio ad arrivare sul bordo, mi siedo, bevo, mangio un po' di cioccolato e penso al caso e alla disdetta. Non c'è modo di proseguire, dovrò rinunciare alla meta.

Mi do dello stupido e rido, poteva succedere ben di peggio di non arrivare alla meta, sono appena le dieci di mattina cambio i piani... come sempre sono un maestro nel variare i piani: discesa rapida, risalita in auto fino a Courmayeur, risalita a piedi fino a Planpinceaux e passeggiata sulla neve fino in fondo a val Ferret. Poi nel tardo pomeriggio discesa a Courmayeur per far shopping!! Bè di sicuro dovrò comperare un paio di ramponi!!

Ebbene così ho fatto... ed è stata ugualmente una giornata stupenda, un tramonto favoloso dalla mia chiesetta lassù in Val Ferret, un bellissimo giro per i negozi di Courmayeur tra la gente e l'atmosfera natalizia e per finire un buonissimo e caldo cappuccino in uno dei locali d'atmosfera alpina con una fetta di torta tipica.

Come sempre mi è andata bene, per il futuro e per chiunque vada in montagna, è sempre necessario ricordarsi che quei posti non sono sempre amichevoli ed è necessario non prefiggersi mete, ma accontentarsi di ciò che si può raggiungere senza rischiare la cosa più preziosa che abbiamo: la nostra vita. E' bello poter raggiungere certi luoghi...il loro candore e il silenzio che li caratterizza fanno star bene ma bisogna ricordarsi che avremo sempre almeno un'altra opportunità per andarci e non per forza dobbiamo metterci in pericolo o ancor peggio rischiare la vita di altre persone, il bello e la soddisfazione che ne deriva consiste proprio nella riuscita del raggiungimento sapendo di non aver rischiato in nessuna occasione, avendo insomma rispettato le regole... le regole che la natura, in questo caso la montagna, determina e che nessuno ha il diritto o il potere di ridiscuterle.

Postato da: riverwind a 03:04 | link | commenti (42)
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venerdì, 25 agosto 2006

Ritorno a casa

Il rientro è duro come al solito perchè è come svegliarsi da un bel sogno, un sogno di tranquillità e di pace, situazioni che non sono propriamente della vita di tutti i giorni, anche se dovrebbero esserlo per star bene davvero.La vacanza, anche se non è proprio ciò che mi aspetto da un periodo di relax è stata incantevole, c'erano tutti gli ingredienti tranne uno per poter vivere felici. Non dirò cosa mancava, perchè trovo che sia superflo specificarlo. C'era il mare, la sua tranquillità, la sua infinitezza; la purezza del cielo che permetteva una serena visione della volta celeste; c'era la costa che con le sua molte forme non stancava mai la visione del mare. Una sera mi è capitato di scendere sulla costa e fermarmi per tanto tempo in riva al mare e pensare, pensare. Trovo sia stupendo quasi addormentarsi in riva all'oceano, guardando l'orizzonte di notte. Qualche luce in lontananza, una nave che transita... l'infinito di fronte, pensare di essere quasi in capo al mondo, in mezzo al mare, in sua balia... L'ho trovato splendido. La differenza di paesaggio delle Canarie è spettacolare, l'oceano così piatto, infinitamente piatto e le vette del centro isola. Di certo non potevo evitare di salire sulle sue vette... Pensare di essere a duemila metri in mezzo all'oceano è stata una sensazione unica al mondo, mai provata prima d'ora. Vedere il centro isola poi ha dato la sensazione di essere davvero altrove, in mezzo alla Monument Valley, vedere picchi spuntare da valli aride con flora tropicale e le cime coperte da pini mediterranei è un contrasto bellissimo, avrei passato la mia vita lassù, sopra la Cruz di Tejeda ad osservare l'orizzonte e a fotografarlo per non dimenticarne ogni suo piccolo dettaglio. Lassù in cima, un parco naturale... poco dopo un'aquila ha attraversato il cielo volando da un alto picco, non è stato difficile riconoscerla, le sue penne, la sua apertura alare, aveva a che fare con qualcosa di incredibile, proprio lì in mezzo all'oceano...poco sotto è pieno di cocorite, gabbiani... e sui picchi aquile e falchi. Lassù su quel sentiero di terriccio argilloso era come se fossi a casa, la sensazione era quella. Nessuno aveva avuto l'idea di percorrerlo da tempo credo, non c'erano impronte, gente nessuno... nessun rumore di civiltà... chi può desiderare di arrivare in cima a un picco in mezzo all'oceano? Mi rendo conto di non essere normale, ma lo considero quasi un pregio nel mondo di oggi.
A me ha dato la sensazione di provare qualcosa di nuovo e di bello. Mi sono seduto
su un sasso e ho passato tempo ad immaginare cosa potesse essere lassù la notte, di certo non avrei potuto attenderla, ma mi sarebbe piaciuto. In cima al picco di fronte a me, il picco delle nevi, c'è un grande osservatorio astronomico militare, chissà che spettacolo stare seduti su quel sasso e guardare. Probabilmente non sarei più sceso :-)
Ma non solo...scendere per le valli dell'isola, strette, lungo strade tagliate
nella roccia, raggiungere la pianura per poi salire di nuovo...
E ancora... provare per la prima volta un sottomarino, scendere sotto 60 metri di
acqua senza bombole...vedere relitti e branchi di pesci senza aver muta e boccaglio... Stare all'interno del Resort, ridere con amici, ma anche discutere ebbri di alcool fino a tarda notte, tutto ha avuto il sapore di una bella vacanza.Ovvio i momenti negativi ci sono stati ma è anche vero che li dobbiamo affrontare ogni giorno della nostra vita.Qualche piccolo rimpianto l'ho ancora, avrei voluto visitare meglio l'isola e vederla in particolari momenti della giornata. Avrei voluto riuscire una mattina ad alzarmi in tempo per poter correre all'alba in spiaggia... ecco una cosa che amo: correre sulla spiaggia di mattina presto, all'alba, avere il sole alle spalle o di fronte agli occhi e sentire le gambe bagnarsi di acqua freschissima delle onde che sopraggiungono, sentire lo sprofondare lieve dei piedi nella sabbia appena bagnata... Sono riuscito a farlo un giorno al tramonto e cercherò di portare con me le sensazioni che m'ha dato per lungo lungo tempo.

Ormai però il volo è terminato; questa è solo una bellissima replica di ciò che è stato e che non tornerà più. Come sempre ecco un altro bell'aneddoto di vita che ritorna a far parte dei ricordi con il sapore di un breve ma stupendo capitolo del mio libro.

Postato da: riverwind a 03:09 | link | commenti (177)
viaggi, mondo

domenica, 07 maggio 2006

Il mondo, cos'è davvero il mondo? Il mondo può essere uno degli arcani maggiori, quello che sta attorno a noi, l'infinità senza confini, la nostra Terra, il cortile di casa. La grandezza del mondo sta alla nostra pura volontà di sognare.Nessuno può dare una corretta definizione di mondo seppure esista come definizione del vocabolo.Il mondo per ognuno di noi corrisponde al limite che si pone il nostro intelletto. Non è questione di intelligenza, bensì di propensione alla curiosità. Nessuno ha la visione completa di ciò che è il mondo, chi di più e chi di meno ma nel suo piccolo è una vera immensità. Immensità di risorse, immensità di storia e di fatti. Credo perciò si possa definire realmente come concetto astratto utilizzabile solo in quanto grosso insieme di idee, luoghi, situazioni, vite.Il mio mondo: è qualcosa che non ha realmente limiti, qualcosa che non riuscirò a vedere e capire in tutta la mia vita, uno di quegli obbiettivi che ci si può proporre ma che già a priori si possono definire come visionari.
Perchè? Perchè ogni angolo che si trascura, che non si vede perchè "non vale la
pena" è una frazione ignota del mondo. Guarda caso questa frazione potrebbe contenere delle bellezze inimmaginabili di cui non si saprà mai l'esistenza.
L'esempio lo posso basare su una realtà: la mia.
Io sono nato in una città che 31 anni fa contava meno di 20000 abitanti vicino a
Torino. Ho vissuto per 25 anni in questa zona tranne che per pochi momenti all'anno nei quali mi sono sempre concesso viaggi, qua e là. Io amo Rivoli, ha degli scorci e delle vedute che sono uniche al mondo che ora conosco, nel raggio di pochi chilometri ci sono delle bellezze cui è davvero un peccato privarsi. Se fossi nato ad Henry, nel South Dakota, non avrei mai saputo di questi posti e sicuramente mai ci sarei venuto in tutta la mia vita.

Praga, ieri ho letto di Praga su un blog. Praga è una pietra miliare della nostra civiltà, un posto che tutti prima o poi nella loro vita vedranno. Praga non è nient'altro che la Parigi dell'est, la città del romanticismo gotico, l'essenza della bellezza antica. Ho deciso di pubblicare una delle foto meno significanti di Praga, non è focalizzata nessuna sua principale bellezza, solo una piazza una piazza che vola sulla città. Pensando a Praga mi vengono in mente un sacco di cose... troppe per enunciarle tutte. Le principali sono il ponte Carlo, S. Vito la più bella delle cattedrali, Stare Mesto con la sua piazzetta indimenticabile. Ma non solo: le sue viuzze centrali, il cimitero ebraico, il palazzo reale con la sua galleria artistica nella quale ricordo delle bellissime tele di Renoir, la star-cola, la sera all'Eden, il Museum, la paura che ci siamo presi in aeroporto quando non era ancora occidentalizzata, la sera sulla Moldava alle luci del tramonto, la partenza... adesso che ci penso è sempre stato difficile partire da Praga: la prima volta l'aereo cancellato e la seconda la macchina incidentata. Che dire poi delle pianure sconfinate della Boemia e dei suoi castelli?

La visione del mondo per ognuno è un po' come se fosse una tela, sognando e girando gradatemente si colorano delle parti, alcune di esse sono uguali per tutti, altre invece rimarranno proprie di pochi. Il mondo è l'unione normalizzata di queste tele. E' l'unico dipinto che non potremo mai concludere da soli ma sempre, soltanto... con l'aiuto di qualcun'altro.

Postato da: riverwind a 05:09 | link | commenti (16)
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