Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi di tenebre, rischio costante, ritorno incerto.

Eccomi

Utente: riverwind
Nome: Paolo
Eccomi tra voi, annoierò gli internauti con le mie storie, i miei racconti. Come Salgari sogno di viaggiare anche quando il mio veliero è attraccato al molo, come Shackleton amo le sfide naturalistiche, come Harrer mi piacerebbe vivere e vedere mondi passati. L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria; una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!» Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria: «Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!

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martedì, 15 maggio 2007

GreyFriars

Girando per Edinburgo si respira un’aria mai provata, ricca di passato e di presente allo stesso tempo.
Il suo passato è un passato molto antico e profondo, ovunque si può sentire la voglia di libertà che gli scozzesi hanno sempre cercato.
Ovunque un’effige, iscrizione, monumento rivolto a quei tempi, a quelle guerre, Wallace è stato il loro idolo e Bruce li ha portati ad avere ciò che chiunque definisce la principale aspirazione: la libertà.
Oggi è tutto dato per scontato, anche la libertà e bisogna stare molto attenti perché è in questi momenti che è facile perderla, perché quando qualcosa viene considerata scontata non ci si rende più conto di quand’è finita, passata. E’ un po’ come l’amore: desideri, ami, faresti qualunque cosa per lei, poi d’un tratto la consideri come se fosse tua per sempre, ovvero non la desideri più fin tanto che ti rendi conto tu stesso che ciò che ti lega non è amore ma qualcos’altro e ti risvegli in un incubo. Ebbene questa similitudine è fuori luogo in questo racconto, ma ritengo sia bene tenerlo sempre a mente, per vivere davvero.
Tornando ad Edinburgo, mentre mi lascio trasportare dalle sue strade in stile vittoriano, il mio sguardo viene irretito da un cimitero molto molto antico situato accanto ad un’abbazia approssimativamente della stessa epoca. Ho sempre adorato i cimiteri anglosassoni, perché sono particolari, affascinanti. Tendono a non nascondere, segregare le anime morte dentro un muro alto ma anzi a lasciarle visibili ai viventi aprendole al saluto dei posteri. La tranquillità permea quei posti, un giardino curato, qualche fiore qua e là cresciuto dal prato verde sale parallelo a pietre grigie che tendono al cielo quasi per indicarlo.
Nessuna di esse è piantata alla medesima maniera, ognuna ha la sua direzione, alcune curvate dal tempo, rotte dagli anni, altre sembrano voler sfidarlo rimanendo giovani e perfette anche dopo più di cent’anni.
Il cimitero è recintato da un’alta ringhiera brunita con una strana scritta sopra l’ingresso ricamata con lo stesso materiale della recizione. La scritta declina le seguenti lettere G R E Y F R I A R S.
Il cimitero è aperto ed io sono ansioso di passeggiare fra quegli alberi, leggere delle persone che sono state e delle piccole memorie che qualcuno, pensando a loro, ha fatto scrivere. In mezzo al cimitero vedo una pietra più grossa molto antica e passando tra quel fantastico gioco di ombre e luci mi accingo ad immergermi nel racconto di una vita esistita. Leggo John Gray 1858, subito ricordo una storia che avevo sentito anni fa, la storia di un cane e di un vecchio signore. Un attimo di commozione nel ricordarla perché mi balza in mente tutta d’un tratto, a questo punto il mio sguardo fugge lontano a cercare l’anello di giunzione di quella storia… ecco che si intravede dall’altro lato della recinzione la statua bronzea di un cane, su un gran piedistallo in marmo. Il suo nome era Bobby, un nome banale per un cane incredibile.
Il 15 febbraio del 1858 morì un vecchio poliziotto di Edinburgo, una persona semplice come tante in quei tempi, una vita passata, una storia mai raccontata. Ora è facile immaginarsi la neve che ricopre le strade, i comignoli fumanti per resistere al freddo di quegli anni, il profumo di legna e carbone nell’aria, la pietra brunita dal tempo delle case, la gente che passa con carretti o a piedi per le strade, bambini che giocano sorridenti, e proprio in quell’atmosfera, dentro quella semplice cancellata inizia una storia semplice di eterno amore e lealtà, storia che proseguì per ben quattordici anni e che scaldò il cuore dei cittadini di quella città al punto da ricordare le gesta di quello splendido Terrier dell’isola Skye fino ai giorni nostri.
Ebbene, Bobby non si volle rassegnare al semplice addio a John Gray ma suo desiderio fu quello di tenergli compagnia nel cimitero per tutta la vita. Non fu facile giacchè dovette lottare con chi cercava di impedirglielo. A quei tempi infatti, come ora credo, i cani non erano ammessi nei cimiteri ma soprattutto dovevano possedere una medaglia che comprovasse il pagamento di una tassa, in caso contrario il loro destino era segnato.
Lui, con le sue gesta raccolse così tanti consensi fra la popolazione che il primo giudice di Edinburgo gli conferì con piacere la cittadinanza d’onore e la sua storia invece di affievolirsi divenne leggenda.
Da quel momento venne considerato mascotte del paese, amato e rispettato da tutti, ma lui si accontentò di dedicare la sua esistenza al suo vecchio padrone. Gli era rimasto legato e niente sarebbe riuscito a farglielo dimenticare.
Così fece per quattordici anni; passavano le stagioni rapidamente ma seguitava a vivere accanto a quella lastra di pietra grigia, stando vicino a lui probabilmente si sentiva più vicino a se stesso. Meditando a questa storia mi sembra di vederlo, proprio in quel punto, sdraiato, il suo muso appoggiato al suolo,  il suo sguardo ricco di melanconica determinazione, il suo pelo folto smosso lievemente dal vento e le sue orecchie alzarsi impertinenti nell’udire rumori provenienti dalle vicinanze. Un freddo giorno del gennaio 1872 morì. Il suo corpo venne seppellito appena fuori da quel cimitero. Da quel luogo avrebbe potuto sorvegliare per sempre la fredda pietra che aveva accompagnato i loro destini. Sulla sua lapide fu eretto un monumento e un’epigrafe ora risuona più forte di un’emozione: Possa la sua lealtà e devozione essere monito per chiunque di noi.
 
Una storia d’altri tempi purtroppo, la leatà e la devozione oggi sono qualità molto rare ma rivedendo la statua rivedo gli occhi di quel cucciolo e la sua determinazione nel seguire la persona che probabilmente l’aveva amato fin oltre la morte e mi chiedo se i valori della vita, ma soprattutto della morte potranno mai entrare nei nostri cuori. E’ nella comprensione dei valori della morte che si riesce a ricavare la forza necessaria per vivere davvero, compiendo scelte, ricavandone coraggio.
Alla fine siedo per un attimo sul piccolo muro di pietra del cimitero e rimango ad ascoltare il silenzio, la tranquillità, avvicinandomi alle emozioni che si percepiscono in quel posto, vivendole e ricordandole intensamente. Il pensiero che risuona in questo momento nella mia mente è che la più crudele eredità della morte è che spesso lascia chi ha amato davvero prigioniero della vita.

Postato da: riverwind a 11:21 | link | commenti (8)
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