Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi di tenebre, rischio costante, ritorno incerto.
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Nome: Paolo
Eccomi tra voi, annoierò gli internauti con le mie storie, i miei racconti.
Come Salgari sogno di viaggiare anche quando il mio veliero è attraccato al molo, come Shackleton amo le sfide naturalistiche, come Harrer mi piacerebbe vivere e vedere mondi passati.
L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!»
Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria:
«Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!
A
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Sahara

Mal d’Africa? Ne avevo sentito parlare anni fa, nemmeno troppi se devo essere sincero, tutti ne parlano come di una straordinaria attrazione con cui quel continente è in grado di colpire e far sì da renderne difficile la rinuncia per il nostro viver quotidiano. A dirla così sembra davvero grossa, una sorta di amore implacabile, un colpo di fulmine talmente intenso da mettere in discussione tutti i parametri di vita presi in considerazione fino a quel momento, una rinuncia quasi totale pur di non separarsi da un ambiente. Una persona che non ha mai avuto la fortuna di vedere l’africa o che l’ha vista solo in fotografia potrebbe pensare che sia una maniera per ingrandire la curiosità dei viaggiatori oppure una violenta roboanza sentimentale lasciata ai posteri dagli spiriti più romantici. Ho sentito parlare addirittura di paure legate a questo mito, paure di raggiungere il continente africano per poi non riuscirne ad evitare la separazione. A dir la verità non ho mai sopportato granchè questi discorsi: è come dire di aver paura dell’ignoto per non uscire dalla propria quotidianità oppure ancora di aver paura di innamorarsi per scoprire un nuovo sentimento. Assurdo! Certo, possiamo anche tentare di chiuderci nel nostro beneamato monticello di casa, lavoro e famiglia, ma quando un giorno dovremo confrontarci con noi stessi potremo davvero mentirci dicendo di aver vissuto? Non voglio contestare le abitudini di chi si accontenta di cos’ha, ma la vita è qualcosa di più ritengo, qualcosa per cui valga davvero la pena di rischiare di innamorarsi e di modificare la propria vita pur di accogliere in sé nuove esperienze, nuove speranze. Ho deciso di partire per la Tunisia non soltanto per passare due settimane sotto il suo cielo assolato ma per comprendere un’altra cultura e per conoscere posti diversi, così tanto diversi per la verità sebbene risultino essere così vicini. Al mio ritorno devo ammettere che è stata una scelta azzeccata, o meglio: una delle scelte più azzeccate; mi sono allontanato così tanto dal mio mondo, dal mio paesello come non credevo si potesse fare fin d’ora. Purtroppo la gente tunisina ha una brutta concezione di noi italiani, la maggior parte di loro ci usa sapendo che è l’unica maniera che hanno per trarne profitto. Alcuni però hanno voglia di raccontarsi e di aprirsi al di là delle solite facezie, di raccontare della loro gente, delle loro origini e della loro vita famigliare. Certo, le occasioni per parlare con queste persone è necessario cercarsele altrimenti gli unici rapporti instaurabili sono quelli dell’esemplare ingenuo che viene costantemente e ripetutamente fregato ai negozietti del centro, ma se si ha un po’ di pazienza e se non si ha timore di addentrarsi nel paese, tutto è più semplice. Bisogna investire tempo e trovare le persone giuste. E’ bello e nostalgico sentir parlare tunisini che lavorano nei souk di Tunisi della loro famiglia vicino al grande Erg, centinaia di chilometri a sud. Sentir parlare della nostalgia di vederli due, tre volte l’anno, del loro piccolo pezzo di terreno sabbioso e di come usano difenderlo da serpenti e scorpioni. Delle coltivazioni di datteri nelle oasi e del motivo che li ha spinti nel caos più incredibile di un’antica città araba.
Scendere lungo il Sahel e vedere come cambia il territorio è incredibile, prima colline verdi, ricche di bassi vigneti e di qualche agrumeto, poi ulivi… sterminate piantagioni di ulivi prima fittissime e poi rade, sempre più rade fino a sparire per poi lasciare il posto a bassi cespugli in mezzo a un terreno ad alta rilevanza sabbiosa.
Il caldo incrementa mentre si scende verso sud, più ci si addentra nel continente e più lo si percepisce, sebbene sia molto secco. Passare lungo quelle strade assolate, senza un albero, senza un’ombra a distanza di chilometri crea nel proprio cuore uno stato di ansia accostato a un’incessante voglia di scoprire la prossima trasformazione del territorio.
Ogni tanto un villaggio lungo la strada, qualche albero, persone sedute appena fuori dall’ingresso delle loro case a guardare il mondo, il loro solito mondo. In lontananza l’Atlante Sahariano, l’ultima catena di monti prima del deserto, certo… parlare di monti è forse eccessivo ma sono alti quanto basta per frenare i venti caldi del Sahara e lo stesso deserto verso la parte rigogliosa del paese. Oltre il deserto roccioso dell’Atlante ecco infine l’immensa pianura ondosa di sabbia. Ogni tanto ancora delle oasi stanno ad indicare che questa è solo la periferia del nulla e che la direzione da intraprendere è forzatamente verso ovest. Quello che viene chiamato deserto roccioso è un vero paesaggio lunare, colline in tufo, rossastre, all’apparenza prive di ogni tipo di vita. Se si ha la pazienza di ammirare con maggiore accortezza però spesso si intravedono delle grotte ai lati delle colline, questa è la vera terra dei Berberi che hanno abitato terre invivibili per riuscire a sopravvivere alle scorrerie dell’invasione turca.
La fortuna di poter assistere alla notte di San Lorenzo nell’oasi di Tamerza rende il tutto più magico: assistere allo spettacolo pirotecnico naturale passeggiando lungo viali immersi in fitti palmizi avvicina il significato antico delle oasi. La cascata delle Perseidi è proprio come vederla da pascoli di alta montagna con l’unica differenza che qui l’orizzonte è immenso, non ha davvero limiti. Le ultime luci della sera lasciano spazio alle prime lacrime di San Lorenzo, contarle è inutile, sono troppe. Alcune spettacolari solcano il cielo da parte a parte rischiarando per pochi attimi anche le sabbie del deserto. Il fascino che genera tutto questo è indescrivibile, non è fotografabile, né raccontabile, è una delle tante storie che vanno provate di persona.
Sono felice in questo momento, sono felice perché riesco ancora a meravigliarmi della bellezza del mondo che ho attorno. Il giorno successivo ci siamo trovati ad ammirare l’alba in mezzo al Chott el Jerid, un immenso deserto di sale all’estremità ovest della Tunisia, quasi al confine con l’Algeria, ed ancora meraviglia per un’alba intagliata in un cielo quasi nuvoloso. Il cielo di mille colori riflesso sulla sabbia bianca, qualche pozza d’acqua ferrosa ogni tanto, il silenzio del vento, unico rumore in mezzo a quella distesa. Il fascino dell’ignoto e dell’incontaminato è il sovrano di quei paesaggi. Se penso adesso che ogni giorno in mezzo a quel luogo si può assistere a uno spettacolo così bello… ritorna un po’ di nostalgia. Probabilmente il mal d’africa consiste proprio in questo. Nel ricordo di una delle poche zone del nostro pianeta davvero incontaminate e libere dagli insediamenti umani, nel ricordo di uno dei pochi luoghi ove l’uomo non è ancora riuscito a spodestare la natura dal suo legittimo trono e dove ogni cosa ha ancora il giusto senso.
Una ricordo impresso nella mente è la figura di un attimo di vita in un’altra oasi nei pressi di Douz. Un bimbo a cavalcioni su un ciuchino carico di sacchi, la sua faccia illuminata mentre gli passavamo di fianco e al levar della mano per il saluto ecco il suo sbracciare quasi a festa, il suo sguardo sorridente. Subito davanti forse il nonno con in mano le redini per indicare la strada di casa, vederlo levare lo sguardo verso la strada e sorriderci stancamente sentendo la gioia del nipote. Probabilmente tornavano dopo aver fatto spese al mercatino vicino casa, vederli su quella strada gialla di sabbia con ogni tanto qualche bianca casa delimitata da muri alti per evitare che la sabbia non arrivi a riprendersi il terreno, mi ha ricordato scene di vita raccontate dai miei nonni tanto tempo fa. La differenza stava nel luogo e nel tempo, ma in molti luoghi di questo mondo il tempo si è fermato, i cellulari non hanno campo e non c’è telefono fisso, ma si sorride ancora a un auto che corre veloce.