Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi di tenebre, rischio costante, ritorno incerto.
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Nome: Paolo
Eccomi tra voi, annoierò gli internauti con le mie storie, i miei racconti.
Come Salgari sogno di viaggiare anche quando il mio veliero è attraccato al molo, come Shackleton amo le sfide naturalistiche, come Harrer mi piacerebbe vivere e vedere mondi passati.
L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!»
Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria:
«Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!
A
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Un torrente, una vita

Un soffio di vento, il suo fruscio fra rami aghiformi, la frescura dell’erba umida, il suo profumo, difficile ormai distinguere i bordi del cielo da quelli del mondo, solo un lieve chiarore ad ovest a ricordo della giornata passata. Il respiro calmo, lungo, ritmato per ascoltare i rumori della sera, memorizzarli tutti e per pensare alle ore indimenticabili. Le ombre si sono impossessate di ciò che è vita, ma la tranquillità ormai regna indiscussa in quella acerba valle. Questo dona bellezza e unicità, la bellezza del mistero e della solitudine. Lui è lì, disteso in mezzo a quel prato, fermo dal tempo e dalla voglia di ascoltare ciò che è e che è stato.
Un lontano ruscello di montagna fa da cornice a tutto questo, mentre il verso di una civetta segna i battiti del silenzio e dona vita a ciò che potrebbe non averne. La notte gli sembra magica, il volto è stanco ma tiene gli occhi aperti perché non vuole che nessuna delle cose che stanno accadendo sfugga ai suoi sensi. La sua volontà sembra chiara, assaporare tutto quanto, non lasciarsi scappare niente di ciò che sta capitando.
Il crepuscolo si fa sempre più cupo ed il chiarore delle prime stelle della sera inizia ad avere la meglio su di lui. Poco per volta, in quella situazione di totale rilassatezza, la mente comincia a viaggiare ed a ricordare, a ricordare l’inizio. Lo squillo di un telefono, un sorriso ed eccoli a ricordare un caldo giorno di agosto, un giorno ricco di felicità, un giorno in cui iniziò quel viaggio che nessuno avrebbe mai immaginato ma che fu l’inizio di qualcosa di vero. Quell’isola verde dall’alto aveva l’impressione di qualcosa di surreale, ma i loro discorsi erano rivolti ad altrove, un po’ di preoccupazione, vista la lontananza e la loro giovinezza, risibile però in confronto all’eccitazione di cosa sarebbe capitato a breve, rivedendo le loro facce sembrava che lo sapessero a cosa sarebbero andati in contro. “ehi stiamo atterrando!”, “Hai paura? Non averne, niente può frenare un aereo in corsa”. Un sorriso, la capacità di sdrammatizzare riportando il peggio, tutto si può fare quando si è se stessi e quando si è felici.
Un rumore distante porta via quell’immagine, la sua mente cade dall’immensità per tornare in sé, uno scatto sulla schiena, uno sguardo attorno fino al limite del bosco. Incredulo si accorge di riuscire a vederne l’ombra: gli occhi sembrano infatti essersi abituati all’oscurità. Non vede niente di più di qualcosa di basso che si muove a distanza, forse una volpe ma niente di più, un sorriso nel silenzio e uno sguardo lanciato intorno a sé porta a fargli notare che ora il mondo ha un aspetto completamente diverso da prima, è tornato più reale anche se privo dei colori del giorno. Si riconoscono di nuovo le cime degli alberi e si distingue il cielo dai due versanti montani di quell’alta valle. Adesso il cielo è splendido, un vero tappeto di stelle, “sarebbe bello contarle?” “No, perché contarle quando si può continuare a guardarle tutte insieme, sapere quante sono non è importante quanto sapere che esistono e che danno una parvenza di vita all’infinità dell’universo”. “Ma a me spaventa sapere che ci possa essere qualcuno lassù” “e perché? Noi abbiamo paura dell’ignoto perché ci confrontiamo con esso, ma non per forza altre genti devono essere così aggressive come abbiamo saputo esserlo noi nei secoli passati” Un sorriso delinea i suoi lineamenti, perché questo discorso la faceva cadere nell’angoscia e recuperare il momento non gli sarebbe stato assolutamente facile.
Nel frattempo quel rumore che l’aveva distratto dai ricordi di quel viaggio non s’era fatto più vivo ed egli si rilassò nuovamente in mezzo alla calma più assoluta.
Ci sono dei luoghi al mondo che, sebbene lontani e magari spesso irraggiungibili, creano con noi stessi un legame indissolubile, nonostante sia anche solo la prima volta che li si vede si percepisce flebile questa sensazione di affinità, di completezza con se stessi. Sembra assurdo ma è così: essere partecipe di qualcosa o di qualcuno così avulso dal nostro viver quotidiano eppure così vivo quasi fosse parte integrante della nostra carne, come se fosse stato sempre presente. Chissà forse così è stato, magari in un’altra vita. Questo era per lui quella valle, quei prati, quella antica chiesetta in muratura.

Tutte le volte che tornava in quei luoghi si sentiva più vicino a se stesso, come se quella fosse sempre stata la sua casa. Ma cos’è davvero che gli provocava quelle sensazioni. Spesso se lo chiedeva ma la risposta era sempre una ed una soltanto: era il mondo perfetto! Tutto ciò di cui dentro di sé sentiva necessità era lassù in mezzo a quei monti stretti e svettanti verso il cielo. Spesso li ha sognati nelle notti delle stagioni passate ad occhi chiusi prima di addormentarsi e ricordava i lineamenti di quel posto così bene da poterli descrivere esattamente come se fossero davanti al suo sguardo. Il bello è che ricordandoli poteva provarne anche i rumori, i profumi e le sensazioni. Ma adesso era lì e quasi stentava a crederlo. La sua mente era piena di ricordi, della giornata, della settimana, dell’anno passato e di tutta la sua vita. Spesso si chiedeva se fosse bene rivivere i ricordi, ma poi si ammoniva pensando che la sua vita non era malinconica e la sua intenzione non era quella ricordare ma di vivere non dimenticando. Avrebbe potuto affrontare tutto nella vita, tranne l’oblio, il suo spettro più oscuro. Ma il suo sguardo ora tornava all’immensità sopra di lui, aveva focalizzato l’attenzione sulla costellazione di Orione, ogni volta che guardava in cielo essa era lì, quasi a proteggerlo e non si trattava di un caso: la sua posizione è strategica lassù.

Ricordava gli inverni, quando le stelle paiono luminose come cristalli di ghiaccio rifrangenti luce, quando il freddo è così penetrante da far azzittire anche i ruscelli più impetuosi, quando il cielo è così scuro da sembrare nero, ricordava le sue tre stelle simbolo svettare nel cielo in maniera così prorompente da attirare la curiosità di chiunque. Eccole: la prima è lei Betelgeuse, la mano, la seconda Riegel, la tripla e Bellatrix, la guerriera. E poi in mezzo una vera cintura di perle, le tre stelle mediane, i tre re del cielo. La loro disposizione è visibile nell’intera notte e il loro aiuto fu fondamentale per i naviganti di molti, molti secoli passati. Chissà come poteva essere il cielo stellato prima che la nostra aria diventasse grigia. Eppure esso era temuto, creava disagio ed era forte causa di attriti fra genti e culture. Per questo disegnarono lassù figure mitologiche ed animali, per rendere umana una parte aliena del proprio mondo ed avvicinarla così alla loro piccola realtà. Da quel momento però le stelle diventarono la più grande dell’ispirazioni. In quell’attimo guardando fisso in cielo si chiedeva chi e quando si avvantaggerà del grande privilegio di poterle vedere più da vicino. Il non poter esserci in quel momento gli fece calare sullo sguardo una velata tristezza che lo scollegò da quel suo piccolo sogno riportandolo alla realtà. Si alzò infreddolito da quella distesa d’estate e decise che ormai sarebbe stato saggio scendere. Una scrollata di viso, due pacche sui pantaloni per pulire quelli che avrebbero potuto rimanere ricordi di una notte ed iniziò a camminare lentamente, così, senza una meta: ben sapendo che l’importante sarebbe stato tenere dietro di sé quella meravigliosa conca, il cui compito era di contenere tutti i suoi ricordi passati, e che la via era guidata da quel torrente impetuoso che adesso gli scorreva sul fianco sinistro. Quel torrente simboleggiava per lui la vita: all’inizio impetuosa e veloce nella discesa per poi calmarsi raggiunta una certa distanza. Come il torrente può essere dritto e quieto nello scorrere, anche la vita può sembrare facile da percorrere per dei periodi a scanso però di esser coscienti che poco è visibile davanti a noi camminando nella notte, e che la vita, come il torrente, può riservare tortuosità impreviste. Verso quella direzione iniziò ad assumere un passo più deciso, la fresca brezza che si opponeva al suo cammino portava via gli ultimi ricordi di tutto ciò che è stato.
Davanti al suo sguardo, l’ignoto.