Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi di tenebre, rischio costante, ritorno incerto.

Eccomi

Utente: riverwind
Nome: Paolo
Eccomi tra voi, annoierò gli internauti con le mie storie, i miei racconti. Come Salgari sogno di viaggiare anche quando il mio veliero è attraccato al molo, come Shackleton amo le sfide naturalistiche, come Harrer mi piacerebbe vivere e vedere mondi passati. L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria; una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!» Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria: «Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

Archivio

oggi
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
febbraio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

martedì, 15 maggio 2007

GreyFriars

Girando per Edinburgo si respira un’aria mai provata, ricca di passato e di presente allo stesso tempo.
Il suo passato è un passato molto antico e profondo, ovunque si può sentire la voglia di libertà che gli scozzesi hanno sempre cercato.
Ovunque un’effige, iscrizione, monumento rivolto a quei tempi, a quelle guerre, Wallace è stato il loro idolo e Bruce li ha portati ad avere ciò che chiunque definisce la principale aspirazione: la libertà.
Oggi è tutto dato per scontato, anche la libertà e bisogna stare molto attenti perché è in questi momenti che è facile perderla, perché quando qualcosa viene considerata scontata non ci si rende più conto di quand’è finita, passata. E’ un po’ come l’amore: desideri, ami, faresti qualunque cosa per lei, poi d’un tratto la consideri come se fosse tua per sempre, ovvero non la desideri più fin tanto che ti rendi conto tu stesso che ciò che ti lega non è amore ma qualcos’altro e ti risvegli in un incubo. Ebbene questa similitudine è fuori luogo in questo racconto, ma ritengo sia bene tenerlo sempre a mente, per vivere davvero.
Tornando ad Edinburgo, mentre mi lascio trasportare dalle sue strade in stile vittoriano, il mio sguardo viene irretito da un cimitero molto molto antico situato accanto ad un’abbazia approssimativamente della stessa epoca. Ho sempre adorato i cimiteri anglosassoni, perché sono particolari, affascinanti. Tendono a non nascondere, segregare le anime morte dentro un muro alto ma anzi a lasciarle visibili ai viventi aprendole al saluto dei posteri. La tranquillità permea quei posti, un giardino curato, qualche fiore qua e là cresciuto dal prato verde sale parallelo a pietre grigie che tendono al cielo quasi per indicarlo.
Nessuna di esse è piantata alla medesima maniera, ognuna ha la sua direzione, alcune curvate dal tempo, rotte dagli anni, altre sembrano voler sfidarlo rimanendo giovani e perfette anche dopo più di cent’anni.
Il cimitero è recintato da un’alta ringhiera brunita con una strana scritta sopra l’ingresso ricamata con lo stesso materiale della recizione. La scritta declina le seguenti lettere G R E Y F R I A R S.
Il cimitero è aperto ed io sono ansioso di passeggiare fra quegli alberi, leggere delle persone che sono state e delle piccole memorie che qualcuno, pensando a loro, ha fatto scrivere. In mezzo al cimitero vedo una pietra più grossa molto antica e passando tra quel fantastico gioco di ombre e luci mi accingo ad immergermi nel racconto di una vita esistita. Leggo John Gray 1858, subito ricordo una storia che avevo sentito anni fa, la storia di un cane e di un vecchio signore. Un attimo di commozione nel ricordarla perché mi balza in mente tutta d’un tratto, a questo punto il mio sguardo fugge lontano a cercare l’anello di giunzione di quella storia… ecco che si intravede dall’altro lato della recinzione la statua bronzea di un cane, su un gran piedistallo in marmo. Il suo nome era Bobby, un nome banale per un cane incredibile.
Il 15 febbraio del 1858 morì un vecchio poliziotto di Edinburgo, una persona semplice come tante in quei tempi, una vita passata, una storia mai raccontata. Ora è facile immaginarsi la neve che ricopre le strade, i comignoli fumanti per resistere al freddo di quegli anni, il profumo di legna e carbone nell’aria, la pietra brunita dal tempo delle case, la gente che passa con carretti o a piedi per le strade, bambini che giocano sorridenti, e proprio in quell’atmosfera, dentro quella semplice cancellata inizia una storia semplice di eterno amore e lealtà, storia che proseguì per ben quattordici anni e che scaldò il cuore dei cittadini di quella città al punto da ricordare le gesta di quello splendido Terrier dell’isola Skye fino ai giorni nostri.
Ebbene, Bobby non si volle rassegnare al semplice addio a John Gray ma suo desiderio fu quello di tenergli compagnia nel cimitero per tutta la vita. Non fu facile giacchè dovette lottare con chi cercava di impedirglielo. A quei tempi infatti, come ora credo, i cani non erano ammessi nei cimiteri ma soprattutto dovevano possedere una medaglia che comprovasse il pagamento di una tassa, in caso contrario il loro destino era segnato.
Lui, con le sue gesta raccolse così tanti consensi fra la popolazione che il primo giudice di Edinburgo gli conferì con piacere la cittadinanza d’onore e la sua storia invece di affievolirsi divenne leggenda.
Da quel momento venne considerato mascotte del paese, amato e rispettato da tutti, ma lui si accontentò di dedicare la sua esistenza al suo vecchio padrone. Gli era rimasto legato e niente sarebbe riuscito a farglielo dimenticare.
Così fece per quattordici anni; passavano le stagioni rapidamente ma seguitava a vivere accanto a quella lastra di pietra grigia, stando vicino a lui probabilmente si sentiva più vicino a se stesso. Meditando a questa storia mi sembra di vederlo, proprio in quel punto, sdraiato, il suo muso appoggiato al suolo,  il suo sguardo ricco di melanconica determinazione, il suo pelo folto smosso lievemente dal vento e le sue orecchie alzarsi impertinenti nell’udire rumori provenienti dalle vicinanze. Un freddo giorno del gennaio 1872 morì. Il suo corpo venne seppellito appena fuori da quel cimitero. Da quel luogo avrebbe potuto sorvegliare per sempre la fredda pietra che aveva accompagnato i loro destini. Sulla sua lapide fu eretto un monumento e un’epigrafe ora risuona più forte di un’emozione: Possa la sua lealtà e devozione essere monito per chiunque di noi.
 
Una storia d’altri tempi purtroppo, la leatà e la devozione oggi sono qualità molto rare ma rivedendo la statua rivedo gli occhi di quel cucciolo e la sua determinazione nel seguire la persona che probabilmente l’aveva amato fin oltre la morte e mi chiedo se i valori della vita, ma soprattutto della morte potranno mai entrare nei nostri cuori. E’ nella comprensione dei valori della morte che si riesce a ricavare la forza necessaria per vivere davvero, compiendo scelte, ricavandone coraggio.
Alla fine siedo per un attimo sul piccolo muro di pietra del cimitero e rimango ad ascoltare il silenzio, la tranquillità, avvicinandomi alle emozioni che si percepiscono in quel posto, vivendole e ricordandole intensamente. Il pensiero che risuona in questo momento nella mia mente è che la più crudele eredità della morte è che spesso lascia chi ha amato davvero prigioniero della vita.

Postato da: riverwind a 11:21 | link | commenti (8)
viaggi, mondo, scozia, riverwind, edinburgo, greyfriars

giovedì, 03 maggio 2007

Finalmente Scozia!

L’idea di vivere la scozia viveva in me da tanto tempo, avevo già vissuto qualcosa di simile in irlanda, non so come mai ma qualcosa dentro di me diceva che sarebbe stata un’esperienza molto simile per alcuni tratti, ma ora… sto attendendo l’imbarco per Glasgow e non riesco davvero a crederci. Spesso nella vita capita di sognare qualcosa così tanto che se si immaginasse di poterlo avere si esploderebbe di gioia. In questo momento però non riesco, la parte razionale, più conservativa mi trattiene dall’urlare. Ci starebbe davvero. Un frullato, un sorriso di qua e là fanno sì che l’emozione venga dissipata poco per volta e non debba sbottare come a dire:”e che cavolo l’ho desiderato per anni!” Ora attendo l’imbarco, tra due ore e venti minuti sarò nella terra dei laghi e dei castelli dove i miti sembrano poter perdurare nel tempo e sfidare tutto ciò che è moderno. Questo mi affascina, il vedere quelle terre come qualcosa di realmente dissimile da quello che è la nostra quotidianità, spero che questo non venga contraddetto dal mio viaggio, anche se dentro di me non so per quale motivo però… ne sono sicuro.

Ho sempre adorato viaggiare in aereo, ormai è un’abitudine un po’ per tutti ma per me non credo che lo diventerà mai nemmeno se lo facessi giornalmente. Attendere il decollo è una dolce attesa, quella sensazione di velocità congiunta al sentirsi sollevare dal suolo mi provoca quella scarica di adrenalina unica nel suo genere. Un attimo e tutto è già piccolo, lontano, così reale e così fittizio, si ha quasi l’idea di addormentarsi e di risvegliarsi tra le nuvole lasciando la sensazione di sconfitta. Tutte le volte lo cerco quel qualcosa ma mai, mai riesco a catturarlo. Spesso ho tentato di fotografare, filmare quegli istanti ma molte delle volte ho solo ricavato sguardi cattivi da parte degli assistenti di volo ma, troppo galvanizzato per lasciarmi trafiggere,  reagendo con un sorriso che spesso riesce a riparare attimi di disapprovazione, tutto torna come se niente fosse stato fatto o detto.

Le alpi sono là ormai, è buio ma immagino di vederle e poi Parigi, laggiù… la mia Parigi! Scappa una promessa, anche quest’anno verrò a trovarti, vedrai. Ora devo tradirti ma saprò farmi perdonare presto e rivedrò in te tutti i bei momenti che ho trascorso in mezzo alle tue vie.

Poi la manica, le scogliere di Dover, e Londra… visibile anche a oltre ottomila metri di quota data la sua immensa estensione. Si vede tutto illuminato, il Tamigi, poi il parlamento, mi sembra quasi di intravedere i leoni di Trafalgar… ma questa è nuovamente opera della mia fervida immaginazione. E così sono trascorse due ore. Vedo attorno a me gente che dorme e ha dormito, legge, gioca. Io in volo non riuscirei a far null’altro se non guardare, pensare, immaginare e perché no… ricordare. Poi un pensiero alle cose da fare appena atterrato, il ripasso di qualche modo di dire in Inglese… e via, pronti per l’atterraggio! Eccoci… le luci, le vie atterrando… sono proprio come me l’aspettavo, tetti molto spioventi, luci soffuse per le strade, villette lontane fra loro con dei bei giardinetti molti dei quali ben curati, dopotutto seguono il più alto stile inglese!

Eccoci in aeroporto, il bagaglio e poi l’auto pronta. Come sempre nuova, che emozione… in questi viaggi mi sento come se l’auto fosse un po’ mia, mi mette sicurezza, mettere via il bagaglio, regolare specchietti, sedile e poi tirare un sospiro liberatorio, mettere in moto e fare un giretto per ambientarmi allo stile di guida. Come ricordavo non è difficile, un po’ di imbarazzo, due giri nel parcheggio… uno slalom e una risata. Se ci fosse un poliziotto farebbe terminare la mia carriera di driver stracciandomi quell’esile foglietto rosa che tengo rinchiuso nel portafogli.

Poi via, prima rotonda… a sinistra naturalmente, cambia con la sinistra, guarda a destra, frena, metti la freccia, piove (che strano). Mi stupisco, tutto sembra filar liscio come credevo. Accendo la radio e mi preparo per la lunga traversata fino ad arrivare ad Edinburgo. Eh già… la mitica Edinburgo, il suo castello. Stanotte dormirò là, da non crederci, in mezzo a quelle mura ricche di storia e di secoli andati. Storia che nho sempre studiato poco, ma che parla di fatti accaduti che gli scozzesi, la gente che mi sta sorpassando sulla sinistra, per intenderci, conoscono e sentono vivi anche ai giorni nostri.

Fortuna che esistono i gps, tutto procede molto bene, il viaggio è tranquillo e presumo di essere in Edinburgo ad un’ora accettabile, non sarà necessario confermare l’arrivo alla guesthouse che ho prenotato.

Eh sì… dal finestrino la notte avanza su queste terre, ma lassù le stelle brillano di una luce vista soltanto in cima alle più belle montagne. E’ incredibile associare il tappeto di stelle di sere d’estate trascorse a tremila metri con una pianura, un’auto. Eppure è vero… loro non hanno necessità di arrampicarsi per cinque ore lungo impervii pendii per vederle, è sufficiente affacciarsi un attimo dalla finestra e tutto è lì, comodo… Spegnere la luce della propria stanza e iniziare a fare i nomi delle più lontane costellazioni, indicandole e con fatica, riconoscere le stelle più importanti.

Ma non importa, più è grande la difficoltà di raggiungere qualcosa e più è la soddisfazione di esserci riuscito. Per cui forse è giusto così, anzi è sicuramente meglio!!

La gente risulta essere così straordinariamente gentile, semplice. L’accoglienza ricorda davvero l’Irlanda e ne sono davvero compiaciuto. L’arrivo, le presentazioni alla famiglia e poi l’accoglienza nella camera da letto, tenuta bene, molto meglio di come potrebbe essere una camera d’albergo, poi un pub, un paio di birre e un lungo giro fino a tarda notte addentrandosi nel centro di Edinburgo. La stanchezza non la si sente in quei momenti, la voglia e l’eccitazione porterebbe a girovagare per sempre, al di fuori dal tempo fotografando scorci e panorami per poi averli con se ogni volta che si sente la necessità di respirare quegli odori e quelle sensazioni. La presenza di poca gente in giro normalmente susciterebbe sensazioni di desolazione ma invero in questi momenti non fa nient’altro che accentuare la magia che permea quelle antiche mura e invece che desolare…. Racconta come se la città vecchia volesse davvero parlare di sé.

Il freddo è più marcato, anche questo fa parte del gioco, di sentirsi fuori casa, anche se ho sempre, fin dal primo momento avuto la sensazione che quella via, Grainville Terrace, fosse sempre stata casa mia. Spesso mi capita infatti che anche nei posti più lontani e dispersi nel mondo riesca a provare affinità in grado da infondermi sicurezza così da regalarmi quella lacrima di coraggio in più che mi è utile per proseguire nel cammino. ll primo passo è un passaggio nell’ignoto per questo alle volte è semplice farlo, perché l’umana curiosità ci spinge a cercare, a capire cosa si nasconde. In seguito però è doveroso perseverare ed apprendere dalle esperienze fatte la vera realtà del viver quotidiano di altre genti. Fermarsi al primo passo è un po’ come avanzare nell’acqua calda dell’oceano indiano, bagnarsi i piedi e tornare a sdraiarsi al sole senza mai riuscire ad andare oltre, senza sapere cioè quale paradiso si stia celando ad appena tre metri.

C’è una bella storia legata a questa città, una di quelle storie vere che sembrano favole ma che arricchiscono rendendo vero ciò che è attorno a noi, la storia dell’affetto di un cane verso un uomo. Ora però  non è tempo di raccontarla, è tempo di tornare a casa e di affievolirsi nell’emozione di un sogno con la certezza però che il risveglio non corromperà ciò che di più bello immagineremo di vivere ma anzi sarà corroborato dal fascino di poter gioire di una terra fino ad oggi solo innegabilmente desiderata: domani infatti per una volta la realtà prenderà il posto dei sogni.

Postato da: riverwind a 00:38 | link | commenti (11)