Si cercano uomini per un viaggio pericoloso. Bassi salari, freddo intenso, lunghi mesi di tenebre, rischio costante, ritorno incerto.

Eccomi

Utente: riverwind
Nome: Paolo
Eccomi tra voi, annoierò gli internauti con le mie storie, i miei racconti. Come Salgari sogno di viaggiare anche quando il mio veliero è attraccato al molo, come Shackleton amo le sfide naturalistiche, come Harrer mi piacerebbe vivere e vedere mondi passati. L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria; una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!» Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria: «Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!

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domenica, 23 dicembre 2007

Ma cher Paris


Era una stanza buia, nessun raggio di sole filtrava dalle serranda e io dormivo, dormivo ben sapendo che fra poco sarebbe successo di tutto, che mi sarei spostato per centinaia di miglia e avrei vissuto un piccolo sogno desiderato e costruito nel tempo. Forse in me già sognavo quei momenti,  chissà quante volte m’è capitato di farlo, dieci, cento, mille volte. Il primo giorno vedro questo, il secondo quest’altro, il terzo quest’altro ancora, spesso mi trovo a camminare per le città e per i paesaggi senza sosta, senza mai fermarmi per ore, mi lascio trasportare dalla forza della curiosità di vivere ogni attimo e di scoprire sempre di più la profondità di quelle atmosfere e di quei secondi che in questi viaggi sembrano volare come trasportati da un soffio troppo, troppo veloce. Anche chi mi conosce da anni, non sarebbe capace di riconoscermi in quei momenti, sembro sospinto da qualche strana forza di cui ancora nessun fisico ha avuto modo di scoprirne l’origine, la forza della passione. Ed ecco la sveglia, una corsa per mettere insieme le ultime cose e poi il decollo, il momento più bello. La mia milano sul finestrino sinistro, un saluto profondo a corso Forlanini, laggiù ormai dietro di me che di notte somiglia ad una freccia di luce che perfora il cuore della città in cui abito ormai da sette anni. Poi a distanza la Stazione Centrale illuminata di quei colori seppia come se fosse costruzione d’altri tempi in assoluto contrasto con il grattacielo davanti a lei, due aspetti di una città così uguale e così diversa allo stesso tempo. Ma ormai l’aereo ha preso quota e la direzione è nord-ovest, le nuvole coprono la visione della pianura padana e dei suoi paesini a tela di ragno e mi lasciano la possibilità di chiudere gli occhi ripensando al da farsi non appena atterrato.

Tempo? Piovoso, vento da ovest, come al solito Paris mi accoglie con la sua pioggia sottile ed io… ne sono contento. Nemmeno la grandine potrebbe rovinare quegli attimi… volo in metrò verso il solito albergo nel cuore del primo distretto, proprio vicino all’Ile de la Seine. Lì, quelle mura di quel vicoletto pedonale mi hanno visto per tanto tempo. Poco dopo quella straordinaria pantera all’ingresso sembra quasi salutarmi come sempre, le sorrido, o forse sorrido a me stesso perché sono troppo felice di quell’attimo. E’ tardi ormai ma non sento il peso delle ore passate, lascio i bagagli e volo via con le mie solite quattro cose: la mia fida giacca, cappello antipioggia, maglia a collo alto, jeans e interactive. Sotto il giaccone spunta l’indomabile fotocamera, che ha saputo vedere le sabbie del deserto, l’aurora boreale, l’infinità dell’oceano e il blu più profondo del cielo migliaia di metri sopra di noi. Mi chiedo cosa direbbe se potesse parlarmi, ma ora non importa, anche stasera inizierà a fare il suo dovere! Il mio passo veloce saluta i marciapiedi desolati di una tarda sera di inizio dicembre della città, mi sto dirigendo proprio là… dove mi porta lo sguardo, sempre avanti verso la storia sospinto dalla curiosità di rivedere quelle luci, quegli scorci con i miei occhi e non attraverso semplici immagini. Trovo il tempo per qualche sms, due parole per esprimere ciò che sto provando, anche la pioggia più impervia non sarebbe in grado di fermare il mio entusiasmo, in quei momenti mi sento in grado di sfidare qualunque cosa. Ho deciso la meta della prima serata, vedrò Place Vendome.  Camminando sento di essere lontano dai miei soliti passi, lo sento dalla gente che vedo, la sento sempre inspiegabilmente più vicina, molti ti guardano in faccia e se contraccambi lo sguardo ti lasciano un sorriso amichevole, quasi a volerti salutare, nelle nostre città spesso ti riesci solo a scontrare con la diffidenza delle persone e non con il loro sguardo e questo è ahimè segno dei tempi che cambiano e degli eventi che stanno ammorbando la nostra nazione…  Un forte vento rallenta il mio instancabile passo che prosegue lungo rue de rivoli e guardando lungo la via mi rendo conto della sua infinita lunghezza, essa taglia in due il centro di Parigi da est a ovest per poi proseguire fino alla periferie prolungandosi lungo gli Champ Eliseè. Taglia il cuore di parigi come se volesse dividere due quartieri, quello alto-borghese, classico di Vendome, Lafayette, l’Operà dal resto. Mi fermo qualche tempo in Louvre, due fotografie a quella piazza fatta di colori soffusi che risaltano l’antichità di quella struttura e donano tutto intorno una velata e incredibile atmosfera quasi da fumetto; tutto ciò  mi avvolge quasi a protezione. Eppure ne hanno visti di eventi quelle sue mura e quelle statue sulle sue balconate. Per un attimo mi distraggo e seduto su una panchina di pietra guardo l’infinito: m’immagino una festa, luci di candelabri rischiarano la vita festosa fra le stesse mura, ora più giovani, attraverso i suoi finestroni giganti. Qualche carrozza parcheggiata lungo le porte de le Tuileries. I suoi giardini e l’orangerie gremita di gente vestita con usuali abiti settecenteschi ridendo e parlando di ogni cosa. Poco dopo però qualcosa sembra essere cambiato nell’aria e d’improvviso mi sento avvolto dalla cupezza, le stesse persone sembrano quasi guardinghe nella notte e tutto pare più tetro e meno poetico. Si sentono grida lontane e il cielo nebbioso viene rischiarato da inusuali luci purpuree… in lontananza il tonare di cannoni si intercala con il silenzio più assoluto. Quell’atmosfera è gelida e cupa e un brivido mi passa lungo tutto il corpo quando guardando verso quella costruzione non rivedo più i vecchi fasti, ma il buio più totale e ogni tanto qualche luce veloce lungo i corridoi sta a segnalare allarmismo e paura come se le persone che in essa vi abitano fossero già coscenti degli eventi che presto sopraggiungeranno. Quegli anni bui racconteranno la storia di un popolo che quelle mura ben conoscono. Racconteranno le voci di una città che ha saputo essere il vertice del mondo di ieri, attraversata da eserciti in trionfo, ma anche messa al rogo e saccheggiata interamente da rabbia e voglia di rivoluzione. Le acque di quel fiume, le alte torri di Notre Dame potrebbero raccontare le incredibili fasi della storia di questi ultimi cinque secoli.


Chissà… quel silenzio strano, avvolgente di quei palazzi in tarda notte, quando tutti ormai sono già rivolti al giorno dopo, sembra parlare con il tono di un anziano progenitore, quel tono baritonale, stanco ma ricco di esperienza e di fierezza, sembra voler raccontare la sua storia perché nel bene e nel male non sia mai dimenticata.

Purtroppo al mio risveglio da quel sogno mi rendo conto che la mia immagine, quella che correndo attraversando la pioggia voleva sfidare il tempo, è arrivata al capolinea di quello splendido viaggio. Troppo breve come sempre ma ricco di imperdibili valori che andranno ad aggiungersi alla mia vita. Ecco, come prima mi ritrovo là seduto vicino al mio finestrino di una piccola nicchia in una fusoliera in attesa di staccarmi ancora una volta da quel mondo.


Fra breve rivedrò velocemente quelle piccole luci, color seppia,  la senna argentea che disegna un ricamo in mezzo alla nera e circolare città delineata dalla fascia luminosa della sua tangenziale. Scie d’acqua percorrono il finestrino da destra a sinistra e annebbiano le ultime immagini, un saluto dal faro di madame Eiffel e poi ecco la nebbia offuscare la risalita del rientro e conciliare il sonno. Se non avessi con me quelle foto, innumerevoli immagini catturate in quei giorni, potrei anche avere l’impressione di trovarmi al confine di un sogno vissuto però ancora una volta in prima persona.

Al rientro un semplice albero bianco addobbato con pigne e colori un po’ innaturali mi ricordano che anche nel mio piccolo mondo e non solo nel grande fasto della città sognata è l’inizio del più bel periodo dell’anno. Speriamo che questa magia possa donare più felicità di quanta ne percepisco alle persone a cui voglio bene.

Buon Natale.

Postato da: riverwind a 03:13 | link | commenti (10)
viaggi, sogni, auguri, natale, paris, nonni

giovedì, 08 novembre 2007

Giorni d’autunno

Chi arriva ad affermare con convinzione che l’autunno sia una stagione triste sono convinto che non abbia mai avuto l'occasione di trovarsi immerso nella natura. L’autunno dona al mondo colori unici, inaspettati. Non ci si rende conto di come sono finchè non si prova ad ammirarli personalmente; l’atmosfera che creano è tutto fuorchè triste. Il contrasto dei colori di un larice quando sta perdendo le sue foglie aghiformi con l’azzurro del cielo è un vero spettacolo, assaporarlo con il bianco candore delle nevi sulle alte cime rende tutto magico e fuori dal tempo.

Così ho deciso di regalarmi tre giorni in alta montagna, fra le mie valli o almeno fra le valli che più sento mie. La decisione la presi almeno due settimane prima riguardando fotografie d’autunno dell’anno passato e rivivendo parte delle stesse sensazioni già provate. Approfittando di tre giorni di vacanza mi sono immedesimato nel cuore della valdigne che in questi giorni è povera di turisti, ma paradossalmente è incredibilmente più bella del solito. Risalire in mezzo le strette e alte valli all’ombra di svettanti cime imbiancate dalla neve perenne è stata una vera emozione, un’emozione che è percepibile nell’aria, respirando quella fredda brezza del mattino che mantiene un alone di rugiada sui sentieri non ancora esposti al sole. Quanto è bello camminare nell’ombra ma allo stesso tempo vedere gran parte dei versanti rischiarati da una luce arancione, soffusa, quasi volesse anche lei rispettare quel rigore mistico che aleggia in queste giornate. Eppure ciò che si apre davanti agli occhi cresce di momento in momento finchè non arriva a sbottare in tutta la sua forza con immagini pittoresche. E’ difficile non farsi cogliere dall’emozione inaspettatamente e resistere a far sì che una lacrima non stia a provare la propria felicità nel riuscire a vedere e a percepire certe manifestazioni artistiche proprie della mano della natura. Le sue associazioni sono spesso perfette, senza ombra di dubbio degne della miglior mano. Difficilmente di si rende conto di qualcosa fuori posto, spesso ciò che risulta essere fuori posto è l’opera umana purtroppo ma per fortuna quelle valli, in questo periodo risultano essere incontaminate. Trovare qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il freddo autunnale per camminare in mezzo a quei posti è davvero un caso, ma quando capita ti rendi conto di quanto siano speciali le persone che sanno apprezzare ciò che provi tu, forse perché in esse si riconosce in parte se stessi Ci si ferma volentieri a parlare per cercare di esprimere la propria soddisfazione nel riuscire a vivere quei momenti, si percepisce la voglia di poter urlare al mondo la propria felicità.

Le conclusioni risultano sempre le stesse, poi ci si guarda attorno, due foto e la speranza di potersi incontrare su per quei sentieri ancora una volta, in futuro. Trovo che sia meraviglioso incontrare casualmente una persona, condividere vite passate, storie mai sentite o raccontate e poi dopo qualche tempo lasciarsi con un in bocca al lupo, per tutto. E quella frase ti ritorna indietro con un tocco di melanconia perché racchiude in sé una miriade di altre cose che vorresti dire ma che non riesci perché è giusto così. In bocca al lupo Anna, per tutto. Te lo ridico qui, già sapendo che questo sarà un messaggio in bottiglia lanciato in mezzo all’oceano e verrà catturato da tutti tranne che da te, perché non lo leggerai mai. Non è da chiedersi il motivo, perché non c’è un motivo, l’ha voluto il destino: incontrarsi in un rifugio abbandonato da chiunque, per sbaglio, risalendo per due strade diverse e poi ridiscendere con un sorriso verso la propria vita. Il bello è che in queste occasioni senti la vera sincerità nelle frasi, intatta e non corrotta da ciò che pensi o da come vivi. Una sincerità pura e schietta, come se l’ambiente in cui sei ti coinvolgesse così tanto da farti dimenticare i modi del quotidiano in cui ti trovi costretto a nasconderti dietro le solite finzioni dettate dalla nostra società.

Attendere il tramonto lassù è una follia, lo so, ma per me è inevitabile. Perché l’allungarsi delle ombre rende il paesaggio ancor più dissimile dalla realtà e i colori ancor più soffusi, tendenti allo scuro trasforma il panorama in una distesa informe, quasi misteriosa. Le sagome dei monti rimangono chiare per gli ultimi raggi e contrastano il buio sottostante sfidandolo, ma non per molto. E’ ora di ripartire, la strada per il ritorno è ancora lunga, e seppure la conosca molto bene, è bene non farsi cogliere troppo presto dall’oscurità della sera.  Non rimane che preparare le ultime cose, rimettersi lo zaino in spalla ed iniziare ad incamminarsi: il sentiero si raccoglie in un’ansa alla fine del pianoro, da lì riparte per la forte discesa verso valle.  Mi giro… il rifugio sulla destra, il ghiacciaio arancione di fronte a me, il lago gelato in fondo sulla sinistra, quella tiepida roccia sulla quale sono stato sdraiato tutto il pomeriggio, la meticolosità con cui il ruscello, noncurante di ciò che accade attorno a sé, continua a parlare. Quando ecco che lassù l’apparizione fulminea di venere nella profondità del cielo mi ricorda che il tempo è finito e non posso attendere oltre.

Il mio sguardo si rattrista nel voltarmi nuovamente verso il fondovalle, ma consapevole dell’inevitabile, eccomi iniziare la discesa verso l’oscurità dell’ignoto accompagnato dall’apparizione delle prime stelle.

Postato da: riverwind a 23:43 | link | commenti (11)
pensieri, viaggi, sogni, mondo, emozioni, alpinismo, alba, neve, tramonto, autunno

martedì, 23 ottobre 2007

Pensieri e parole


Un giorno pensavo: un attimo vale più di mille parole.  Ieri ero sotto un cielo di speranza, oggi ricordo un cielo di speranza. Guardando un tiepido tramonto d’autunno, in un posto ai confini delle mie più lontane immaginazioni, pensavo che la luce del sole morente promette serenità in un nuovo giorno, la sua speranza deve essere la nostra speranza e in quella direzione è sempre necessario guardare, verso il futuro. Sconfiggendo questo paradosso anche le più cupe malinconie possono essere trafitte da una dolce gaiezza.

Postato da: riverwind a 00:06 | link | commenti (8)

domenica, 23 settembre 2007

Tu chiamale se vuoi ... emozioni.

La sera, poca luce, indistinguibili ombre, tutto l'ambiente attorno si sta trasformando in spazio informe. Sai, il paesaggio che era visibile prima, quelle luci, quei colori ora è come se non esistessero più, ora niente più esiste attorno a me.
E' davvero incredibile quanto poche decine di minuti possano cambiare il mondo. Tutto è diverso ora, irriconoscibile, irriconducibile a ciò che era prima. Ricordo una luce rosea, settembrina. I confini del cielo ben distinti e colori molto pronunciati ai bordi di ciò che stavo guardando. Ricordo che la notasti anche tu quella nuvola infuocata che delimitava il levante, era incredibile, sembrava un incendio sopra le tue colline. E' vero, sai? Il cielo settembrino assume dei colori strepitosi quando soffia il vento d'occidente e le poche nuvole in cielo si sanno trasformare in un'ottima cornice mentre in pieno contrasto il suo sfondo blu ricorda l'infinito, l'immutabile. E' come se quella parte del cielo fosse l'unica essenza completamente indifferente a ciò che stava capitando. Il suo colore blu sfumato man mano che passa il tempo ricorda sempre più la profondità dell'universo e sempre meno la nostra aria. Riesci a rivedere il colore dei bordi delle montagne che vedevamo a nord nei tuoi occhi? Incredibili... Chi non conoscesse il nostro mondo non ci crederebbe, non crederebbe a ciò che abbiamo visto. Dei colori così marcati, così ben associati, come se madre natura si fosse immedesimata in un impressionista del diciannovesimo secolo e tutto d'un tratto avesse voluto far vedere tutta la sua arte usando il nostro mondo come cavalletto e il cielo come tela. Mi domando: hai presente quante volte avremo visto quei colori in vita nostra? Ma perchè dobbiamo sempre meravigliarci come se fosse la prima volta? Perchè questi attimi ci fermano? E a pensare a cosa poi? A niente di particolare! A pensare a ciò che è la bellezza e a come si mostra attorno a noi. Man mano che il sole scendeva, ricordo il colore sempre più evanescente, meno chiaro, meno luminoso. Una metamorfosi di tonalità che portavano al viola fino ad un arco azzurro prima del completo spegnimento dei colori e di un riutilizzo di tonalità più ovattate. Il cielo a quel punto mi ricordo che dava l'impressione di sovrastarci, già scuro per la poca luce riflessa dal sole, ma ancora troppo luminoso per mostrarci le sue minuscole perle. Hai ragione, in quel momento mi ha colto impreparato e per un momento ho avuto paura anch'io. Ho avuto paura di aver perso la bellezza, che mi fosse sfuggita via. I pugni delle mani stretti come se avessi voluto trattenerla, combattere per riaverla. Ma tutto ciò ricordo che durò un attimo perchè poco dopo altre meraviglie erano lì pronte ad arrivare e persuaderci che non tutto lo spettacolo non era concluso, ma che anzi io e te avevamo visto solo il preludio fino a quel momento. Mi domando come dev'ssere lo sguardo di un bambino che vede queste cose per la prima volta, ma tu m'hai corretto, hai ragione. E' sbagliato ciò che dico, perchè quei momenti durano sì poco da non riuscire mai a farli nostri e in questo modo, ogni volta che si mostrano a noi è un po' come se fosse la prima volta, una splendida, eterna, sorprendente... prima volta.
Ho imparato tante cose da quando sono nato, non sarebbe possibile elencarle, ma non ho ancora imparato a non farmi soprendere da questi attimi. E' un po' come se ti cogliessero impreparato e abbattessero le tue difese e allora ti accorgi di essere lì, impotente di fronte a tutta quella maestria. Ti dico la verità però, sono contento che sia così, perchè? Dovresti saperlo perchè! Guarda lassù, sei mai riuscita a contare quelle bianche, luminose perle che sovrastano il nostro tetto adesso? No eh? Ebbene io sono convinto che riuscirai a non provar più meraviglia solo quando avrai portato a termine questo compito... Ma cara mia, se vuoi un consiglio non provarci, perchè sarebbe davvero una perdita di tempo. Poi perchè vuoi smettere di sorprenderti per questi attimi? No, io davvero spero di vedere prima la fine dei miei giorni che riuscire a vedere la finitezza di questa splendido tetto. Guarda!! La luna sta spuntando laggiù, la sua sagoma rischiara prepotentemente la pianura e illumina poco per volta tutto ciò che ci sta attorno in modo che si formino ombre lunghe. La sua luce lattea trasforma il paesaggio in qualcosa di più metafisico, vuole ricordare che non tutto è come appare ma muta a secondo di come lo stiamo guardando in quel preciso momento.
Eppure tu mi dicesti che non ci credevi, che l'avevi vista più volte e non ti aveva mai dato questa sensazione, eppure adesso mi dai ragione. E' vero, noi stessi cambiamo ed il mondo che ci sta attorno cambia con noi. Alle volte il suo mutare è armonioso, altre volte è prorompente, un po' come noi. Non c'è abitudine nella natura, tutto è costruito in maniera sempre diversa e mai mai davvero uguale. Forse è questo il motivo per cui ci meravigliamo davanti a queste bellezze, perchè ogni attimo le guardiamo prima con lo sguardo di chi vede qualcosa per la prima volta, ma subito dopo con lo sguardo di chi vede la stessa cosa come se fosse l'ultima volta perchè sappiamo che niente sarà per sempre e tutto non tornerà mai uguale. Io in particolare mi sono sempre ostinato a immortalare quei momenti sulle fotografie, ma pur ottenendo dei discreti risultati, rivedendo le fotografie quel cielo non è mai stato in grado di farmi riascoltare quelle emozioni. Quante volte mi sono fermato con il naso all'insù a sfidare la mia memoria e pensare che più rimanevo ad osservare quegli attimi e più li avrei ricordati per sempre, poco tempo dopo mi ritrovavo nello stesso posto a dire addio a quell'atmosfera, perchè sapevo che non l'avrei mai più rivista in tutta la mia vita allo stesso modo. E' un peccato? Sarebbe un peccato il contrario, credimi. La vera bellezza è e rimarrà per sempre in quegli attimi di strane, particolari emozioni racchiuse nella nostra memoria.

Postato da: riverwind a 02:54 | link | commenti (8)

martedì, 21 agosto 2007

Sahara

Mal d’Africa? Ne avevo sentito parlare anni fa, nemmeno troppi se devo essere sincero, tutti ne parlano come di una straordinaria attrazione con cui quel continente è in grado di colpire e far sì da renderne difficile la rinuncia per il nostro viver quotidiano.  A dirla così sembra davvero grossa, una sorta di amore implacabile, un colpo di fulmine talmente intenso da mettere in discussione tutti i parametri di vita presi in considerazione fino a quel momento, una rinuncia quasi totale pur di non separarsi da un ambiente. Una persona che non ha mai avuto la fortuna di vedere l’africa o che l’ha vista solo in fotografia potrebbe pensare che sia una maniera per ingrandire la curiosità dei viaggiatori oppure una violenta roboanza sentimentale lasciata ai posteri dagli spiriti più romantici. Ho sentito parlare addirittura di paure legate a questo mito, paure di raggiungere il continente africano per poi non riuscirne ad evitare la separazione. A dir la verità non ho mai sopportato granchè questi discorsi: è come dire di aver paura dell’ignoto per non uscire dalla propria quotidianità oppure ancora di aver paura di innamorarsi per scoprire un nuovo sentimento. Assurdo! Certo, possiamo anche tentare di chiuderci nel nostro beneamato monticello di casa, lavoro e famiglia, ma quando un giorno dovremo confrontarci con noi stessi potremo davvero mentirci dicendo di aver vissuto? Non voglio contestare le abitudini di chi si accontenta di cos’ha, ma la vita è qualcosa di più  ritengo, qualcosa per cui valga davvero la pena di rischiare di innamorarsi e di modificare la propria vita pur di accogliere in sé nuove esperienze, nuove speranze. Ho deciso di partire per la Tunisia non soltanto per passare due settimane sotto il suo cielo assolato ma per comprendere un’altra cultura e per conoscere posti diversi, così tanto diversi per la verità sebbene risultino essere così vicini. Al mio ritorno devo ammettere che è stata una scelta azzeccata, o meglio: una delle scelte più azzeccate; mi sono allontanato così tanto dal mio mondo, dal mio paesello come non credevo si potesse fare fin d’ora. Purtroppo la gente tunisina ha una brutta concezione di noi italiani, la maggior parte di loro ci usa sapendo che è l’unica maniera che hanno per trarne profitto. Alcuni però hanno voglia di raccontarsi e di aprirsi al di là delle solite facezie, di raccontare della loro gente, delle loro origini e della loro vita famigliare. Certo, le occasioni per parlare con queste persone è necessario cercarsele altrimenti gli unici rapporti instaurabili sono quelli dell’esemplare ingenuo che viene costantemente e ripetutamente fregato ai negozietti del centro, ma se si ha un po’ di pazienza e se non si ha timore di addentrarsi nel paese, tutto è più semplice. Bisogna investire tempo e trovare le persone giuste. E’ bello e nostalgico sentir parlare tunisini che lavorano nei souk di Tunisi della loro famiglia vicino al grande Erg, centinaia di chilometri a sud. Sentir parlare della nostalgia di vederli due, tre volte l’anno, del loro piccolo pezzo di terreno sabbioso e di come usano difenderlo da serpenti e scorpioni. Delle coltivazioni di datteri nelle oasi e del motivo che li ha spinti nel caos più incredibile di un’antica città araba.

Scendere lungo il Sahel e vedere come cambia il territorio è incredibile, prima colline verdi, ricche di bassi vigneti e di qualche agrumeto, poi ulivi… sterminate piantagioni di ulivi prima fittissime e poi rade, sempre più rade fino a sparire per poi lasciare il posto a bassi cespugli in mezzo a un terreno ad alta rilevanza sabbiosa.

Il caldo incrementa mentre si scende verso sud, più ci si addentra nel continente e più lo si percepisce, sebbene sia molto secco. Passare lungo quelle strade assolate, senza un albero, senza un’ombra a distanza di chilometri crea nel proprio cuore uno stato di ansia accostato a un’incessante voglia di scoprire la prossima trasformazione del territorio.

Ogni tanto un villaggio lungo la strada, qualche albero, persone sedute appena fuori dall’ingresso delle loro case a guardare il mondo, il loro solito mondo. In lontananza l’Atlante Sahariano, l’ultima catena di monti prima del deserto, certo… parlare di monti è forse eccessivo ma sono alti quanto basta per frenare i venti caldi del Sahara e lo stesso deserto verso la parte rigogliosa del paese. Oltre il deserto roccioso dell’Atlante ecco infine l’immensa pianura ondosa di sabbia. Ogni tanto ancora delle oasi stanno ad indicare che questa è solo la periferia del nulla e che la direzione da intraprendere è forzatamente verso ovest. Quello che viene chiamato deserto roccioso è un vero paesaggio lunare, colline in tufo, rossastre, all’apparenza prive di ogni tipo di vita. Se si ha la pazienza di ammirare con maggiore accortezza però spesso si intravedono delle grotte ai lati delle colline, questa è la vera terra dei Berberi che hanno abitato terre invivibili per riuscire a sopravvivere alle scorrerie dell’invasione turca.

La fortuna di poter assistere alla notte di San Lorenzo nell’oasi di Tamerza rende il tutto più magico: assistere allo spettacolo pirotecnico naturale passeggiando lungo viali immersi in fitti palmizi avvicina il significato antico delle oasi. La cascata delle Perseidi è proprio come vederla da pascoli di alta montagna con l’unica differenza che qui l’orizzonte è immenso, non ha davvero limiti. Le ultime luci della sera lasciano spazio alle prime lacrime di San Lorenzo, contarle è inutile, sono troppe. Alcune spettacolari solcano il cielo da parte a parte rischiarando per pochi attimi anche le sabbie del deserto. Il fascino che genera tutto questo è indescrivibile, non è fotografabile, né raccontabile, è una delle tante storie che vanno provate di persona.

Sono felice in questo momento, sono felice perché riesco ancora a meravigliarmi della bellezza del mondo che ho attorno. Il giorno successivo ci siamo trovati ad ammirare l’alba in mezzo al Chott el Jerid, un immenso deserto di sale all’estremità ovest della Tunisia, quasi al confine con l’Algeria, ed ancora meraviglia per un’alba intagliata in un cielo quasi nuvoloso. Il cielo di mille colori riflesso sulla sabbia bianca, qualche pozza d’acqua ferrosa ogni tanto, il silenzio del vento, unico rumore in mezzo a quella distesa. Il fascino dell’ignoto e dell’incontaminato è il sovrano di quei paesaggi. Se penso adesso che ogni giorno in mezzo a quel luogo si può assistere a uno spettacolo così bello… ritorna un po’ di nostalgia. Probabilmente il mal d’africa consiste proprio in questo. Nel ricordo di una delle poche zone del nostro pianeta davvero incontaminate e libere dagli insediamenti umani, nel ricordo di uno dei pochi luoghi ove l’uomo non è ancora riuscito a spodestare la natura dal suo legittimo trono e dove ogni cosa ha ancora il giusto senso.

Una ricordo impresso nella mente è la figura di un attimo di vita in un’altra oasi nei pressi di Douz. Un bimbo a cavalcioni su un ciuchino carico di sacchi, la sua faccia illuminata mentre gli passavamo di fianco e al levar della mano per il saluto ecco il suo sbracciare quasi a festa, il suo sguardo sorridente. Subito davanti forse il nonno con in mano le redini per indicare la strada di casa, vederlo levare lo sguardo verso la strada e sorriderci stancamente sentendo la gioia del nipote. Probabilmente tornavano dopo aver fatto spese al mercatino vicino casa, vederli su quella strada gialla di sabbia con ogni tanto qualche bianca casa delimitata da muri alti per evitare che la sabbia non arrivi a riprendersi il terreno, mi ha ricordato scene di vita raccontate dai miei nonni tanto tempo fa. La differenza stava nel luogo e nel tempo, ma in molti luoghi di questo mondo il tempo si è fermato, i cellulari non hanno campo e non c’è telefono fisso, ma si sorride ancora a un auto che corre veloce.

Postato da: riverwind a 18:44 | link | commenti (18)
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domenica, 05 agosto 2007

L'inizio di una nuova avventura

Vento caldo, sabbia, fauna a me sconosciuta, non sono mai stato in Africa e domani si parte. Sono alla caccia di qualcosa di veramente nuovo, voglio vedere le porte del Sahara. Me l'immagino strano, immenso, senza confini. Quello di cui sono a caccia, come sempre, non è vedere in realtà qualcosa di nuovo, bensì aspirarne l'atmosfera che suscita per carpirne nuove emozioni e perchè no per raccontarle come spesso uso fare anche su questo blog. Molti mi hanno parlato dei rischi di quel paese e della vicina Libia ove, se mi sarà concesso dai doganieri, andrò per vedere alcune oasi, ma io spero di riuscire a infiltrarmi in quel territorio così da poter vivere davvero e non come un turista altri luoghi stupendi.

A sud purtroppo quel paese è militarizzato, dicono che sia occupato da fondamentalisti provenienti dagli stati limitrofi, per cui il rischio temo che sarà elevato, ma sono deciso a dare il meglio di me, mi informerò sul luogo e cercherò di comprendere fin dove mi potrò spingere senza rischiare pesantemente.

Le oasi dicono che siano uno spettacolo da non poter narrare, solo vedendole con i propri occhi, sentendone i suoi con le proprie orecchie dicono che si possa davvero capire la bellezza di quei posti. Io credo che la cosa più bella, quello che più mi attirerà, sarà il contrasto, la differenza del loro orizzonte e il grande trasformismo della morfologia di quel territorio.

Una parte di me freme dalla voglia di godere di quei momenti, l'altra è lesa dalla mancanza della possibilità di vivere di più le mie montagne. Oggi sono stato a salutarle, sono tornato al Mezzalama, un rifugio che non vedevo da qualche anno, molto bello quel panorama, molto bella quella traversata del ghiacciaio dalla forcella dei salati all'ombra del ghiacciaio del Lys. Ma di questo ne parlerò un'altra volta... Rimango in attesa dell'istante del decollo, attimo che delinea con precisione l'avvio verso una nuova, seppur breve, avventura. Questa volta il mio cammino seguirà il percorso di un'ombra, l'ombra dell'unica palma che con coraggio ha sfidato da sola i pericoli del deserto cui è ospite.

Un caro augurio di buone vacanze a tutti i viaggiatori...

Postato da: riverwind a 23:16 | link | commenti (4)
viaggi, tunisia, mondo, libia, emozioni, trekking, oasi, sahara

domenica, 08 luglio 2007

Un torrente, una vita

Un soffio di vento, il suo fruscio fra rami aghiformi, la frescura dell’erba umida, il suo profumo, difficile ormai distinguere i bordi del cielo da quelli del mondo, solo un lieve chiarore ad ovest a ricordo della giornata passata. Il respiro calmo, lungo, ritmato per ascoltare i rumori della sera, memorizzarli tutti e per pensare alle ore indimenticabili. Le ombre si sono impossessate di ciò che è vita, ma la tranquillità ormai regna indiscussa in quella acerba valle. Questo dona bellezza e unicità, la bellezza del mistero e della solitudine. Lui è lì, disteso in mezzo a quel prato, fermo dal tempo e dalla voglia di ascoltare ciò che è e che è stato.

Un lontano ruscello di montagna fa da cornice a tutto questo, mentre il verso di una civetta segna i battiti del silenzio e dona vita a ciò che potrebbe non averne. La notte gli sembra magica, il volto è stanco ma tiene gli occhi aperti perché non vuole che nessuna delle cose che stanno accadendo sfugga ai suoi sensi. La sua volontà sembra chiara, assaporare tutto quanto, non lasciarsi scappare niente di ciò che sta capitando.

Il crepuscolo si fa sempre più cupo ed il chiarore delle prime stelle della sera inizia ad avere la meglio su di lui. Poco per volta, in quella situazione di totale rilassatezza, la mente comincia a viaggiare ed a ricordare, a ricordare l’inizio. Lo squillo di un telefono, un sorriso ed eccoli a ricordare un caldo giorno di agosto, un giorno ricco di felicità, un giorno in cui iniziò quel viaggio che nessuno avrebbe mai immaginato ma che fu l’inizio di qualcosa di vero. Quell’isola verde dall’alto aveva l’impressione di qualcosa di surreale, ma i loro discorsi erano rivolti ad altrove, un po’ di preoccupazione, vista la lontananza e la loro giovinezza, risibile però in confronto all’eccitazione di cosa sarebbe capitato a breve, rivedendo le loro facce sembrava che lo sapessero a cosa sarebbero andati in contro. “ehi stiamo atterrando!”, “Hai paura? Non averne, niente può frenare un aereo in corsa”. Un sorriso, la capacità di sdrammatizzare riportando il peggio, tutto si può fare quando si è se stessi e quando si è felici.

Un rumore distante porta via quell’immagine, la sua mente cade dall’immensità per tornare in sé, uno scatto sulla schiena, uno sguardo attorno fino al limite del bosco. Incredulo si accorge di riuscire a vederne l’ombra: gli occhi sembrano infatti essersi abituati all’oscurità. Non vede niente di più di qualcosa di basso che si muove a distanza, forse una volpe ma niente di più, un sorriso nel silenzio e uno sguardo lanciato intorno a sé porta a fargli notare che ora il mondo ha un aspetto completamente diverso da prima, è tornato più reale anche se privo dei colori del giorno. Si riconoscono di nuovo le cime degli alberi e si distingue il cielo dai due versanti montani di quell’alta valle. Adesso il cielo è splendido, un vero tappeto di stelle, “sarebbe bello contarle?” “No, perché contarle quando si può continuare a guardarle tutte insieme, sapere quante sono non è importante quanto sapere che esistono e che danno una parvenza di vita all’infinità dell’universo”. “Ma a me spaventa sapere che ci possa essere qualcuno lassù” “e perché? Noi abbiamo paura dell’ignoto perché ci confrontiamo con esso, ma non per forza altre genti devono essere così aggressive come abbiamo saputo esserlo noi nei secoli passati” Un sorriso delinea i suoi lineamenti, perché questo discorso la faceva cadere nell’angoscia e recuperare il momento non gli sarebbe stato assolutamente facile.

Nel frattempo quel rumore che l’aveva distratto dai ricordi di quel viaggio non s’era fatto più vivo ed egli si rilassò nuovamente in mezzo alla calma più assoluta.

Ci sono dei luoghi al mondo che, sebbene lontani e magari spesso irraggiungibili, creano con noi stessi un legame indissolubile, nonostante sia anche solo la prima volta che li si vede si percepisce flebile questa sensazione di affinità, di completezza con se stessi. Sembra assurdo ma è così: essere partecipe di qualcosa o di qualcuno così avulso dal nostro viver quotidiano eppure così vivo quasi fosse parte integrante della nostra carne, come se fosse stato sempre presente. Chissà forse così è stato, magari in un’altra vita. Questo era per lui quella valle, quei prati, quella antica chiesetta in muratura. 

Tutte le volte che tornava in quei luoghi si sentiva più vicino a se stesso, come se quella fosse sempre stata la sua casa. Ma cos’è davvero che gli provocava quelle sensazioni. Spesso se lo chiedeva ma la risposta era sempre una ed una soltanto: era il mondo perfetto! Tutto ciò di cui dentro di sé sentiva necessità era lassù in mezzo a quei monti stretti e svettanti verso il cielo. Spesso li ha sognati nelle notti delle stagioni passate ad occhi chiusi prima di addormentarsi e ricordava i lineamenti di quel posto così bene da poterli descrivere esattamente come se fossero davanti al suo sguardo. Il bello è che ricordandoli poteva provarne anche i rumori, i profumi e le sensazioni. Ma adesso era lì e quasi stentava a crederlo. La sua mente era piena di ricordi, della giornata, della settimana, dell’anno passato e di tutta la sua vita. Spesso si chiedeva se fosse bene rivivere i ricordi, ma poi si ammoniva pensando che la sua vita non era malinconica e la sua intenzione non era quella ricordare ma di vivere non dimenticando. Avrebbe potuto affrontare tutto nella vita, tranne l’oblio, il suo spettro più oscuro. Ma il suo sguardo ora tornava all’immensità sopra di lui, aveva focalizzato l’attenzione sulla costellazione di Orione, ogni volta che guardava in cielo essa era lì, quasi a proteggerlo e non si trattava di un caso: la sua posizione è strategica lassù.

Ricordava gli inverni, quando  le stelle paiono luminose come cristalli di ghiaccio rifrangenti luce, quando il freddo è così penetrante da far azzittire anche i ruscelli più impetuosi, quando il cielo è così scuro da sembrare nero, ricordava le sue tre stelle simbolo svettare nel cielo in maniera così prorompente da attirare la curiosità di chiunque. Eccole: la prima è lei Betelgeuse, la mano, la seconda Riegel, la tripla e Bellatrix, la guerriera. E poi in mezzo una vera cintura di perle, le tre stelle mediane, i tre re del cielo. La loro disposizione è visibile nell’intera notte e il loro aiuto fu fondamentale per i naviganti di molti, molti secoli passati. Chissà come poteva essere il cielo stellato prima che la nostra aria diventasse grigia. Eppure esso era temuto, creava disagio ed era forte causa di attriti fra genti e culture. Per questo disegnarono lassù figure mitologiche ed animali, per rendere umana una parte aliena del proprio mondo ed avvicinarla così alla loro piccola realtà. Da quel momento però le stelle diventarono la più grande dell’ispirazioni. In quell’attimo guardando fisso in cielo  si chiedeva chi e quando si avvantaggerà del grande privilegio di poterle vedere più da vicino. Il non poter esserci in quel momento gli fece calare sullo sguardo una velata tristezza che lo scollegò da quel suo piccolo sogno riportandolo alla realtà.   Si alzò infreddolito da quella distesa d’estate e decise che ormai sarebbe stato saggio scendere. Una scrollata di viso, due pacche sui pantaloni per pulire quelli che avrebbero potuto rimanere ricordi di una notte ed iniziò a camminare lentamente, così, senza una meta:  ben sapendo che l’importante sarebbe stato tenere dietro di sé quella meravigliosa conca, il cui compito era di contenere tutti i suoi ricordi passati, e che la via era guidata da quel torrente impetuoso che adesso gli scorreva sul fianco sinistro. Quel torrente simboleggiava per lui la vita: all’inizio impetuosa e veloce nella discesa per poi calmarsi raggiunta una certa distanza. Come il torrente può essere dritto e quieto nello scorrere, anche la vita può sembrare facile da percorrere per dei periodi a scanso però di esser coscienti che poco è visibile davanti a noi camminando nella notte, e che la vita, come il torrente, può riservare tortuosità impreviste. Verso quella direzione iniziò ad assumere un passo più deciso, la fresca brezza che si opponeva al suo cammino portava via gli ultimi ricordi di tutto ciò che è stato.

Davanti al suo sguardo, l’ignoto.

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lunedì, 04 giugno 2007

Ricordi

Ieri sono tornato sulle mie colline, le colline dei miei nonni per la verità, i miei nonni paterni. Il posto è vicino ad Aqui Terme, proprio in mezzo al monferrato. Un posto particolare, ma per me un posto di ricordi.

Da tanto non tornavo in quei posti, da tanto non rivedevo quella terra eppure lì ho passato un sacco di sabati e domeniche in ogni stagione. Io non ho mai amato profondamente i miei nonni paterni, non saprei dire perché in realtà ma non posso dire di aver voluto loro bene come mi è capitato per molte altre persone. Il loro atteggiamento è sempre stato austero e conflittuale con chiunque, un atteggiamento che sento così lontano dalla mia natura che credo che abbia frenato in qualche modo la mia capacità di voler bene. Però sono rimasto molto affezionato a quegli spicchi di luce in mezzo ai vigneti, a quegli alberi cresciuti ogni tanto qua e là tra i filari e a tutti i momenti che ho vissuto in mezzo a quei campi.

Ricordo le corse, i momenti di vendemmia, i tentativi vani di risalita sugli alberi per cogliere un frutto, ma non solo, ricordo le primavere, le notti, la magia delle notti in quei posti. Tutto ciò che di giorno era chiaro e verde, pulito e sicuro, diventava di notte gotico e misterioso. Ricordo le lucciole e le lanterne fatte con esse all’epoca della maturazione del grano e alle passeggiate fatte con quelle lanterne. Ripensandoci mi sovvengono i momenti e le sensazioni delle passeggiate notturne. Quella sensazione di aver dietro il mistero che insegue la tua strada, quei rumori notturni che tutto sembrano tranne che naturali, il canto dei grilli e la lieve brezza che calma l’arsura del terreno ancora caldo dalla stupenda giornata assolata appena trascorsa. Il sentire rumori in lontananza, nel buio, il latrare di un cane che avrebbe presto acceso altri latrati a volte più lontani, altre più vicini. Una luce laggiù in fondo tra gli alberi stava ad indicare una casa, un deciso vociare per impartire ordini di silenzio ai cani e poi di nuovo silenzio perfetto lasciando per una volta la voce alla natura. La bellezza di quei momenti era unica, in quel tempo sentivo che potesse bastarmi più di ogni altra cosa, poter sentire quei rumori, quegli infiniti dialoghi portati dal silenzio. Mi piaceva fermarmi ad ascoltarli e magari sedermi su un muretto lì attorno e perdermi nella notte d’estate di quella terra. Spesso con me c’era la vecchia Adua, il cane a cui sono rimasto più affezionato poiché ha accompagnato i momenti spensierati della mia vita. Lei era dolce, stava lì in silenzio a guardarmi e guardarsi attorno, spesso seduta, quasi riuscisse a percepire quello che percepivo io e poi gli sguardi si incrociavano quando per sbaglio la cercavo. Ma di lei parlerò un’altra volta. Ricordo gli effetti della luce della luna sul verde, tutto diventava sovrannaturale, argenteo, ma nitido e meno tetro. Anche sotto i grandi alberi si intravedeva la sua luce e i giochi d’ombra che proiettava per terra illuminava fievolmente permettendo di seguire il cammino verso dove la mia mente voleva vagheggiare. Spesso il mio punto di arrivo era lassù, la sommità della collina più alta. Salire per quei sentieri era faticoso, ricordo che spesso raggiungevano delle pendenze molto robuste, ma era bello anche per quello, perché più in alto si andava più si apriva agli occhi un vero paesaggio da fiaba. Su quella sommità era presente una cappelletta, una piccola chiesa a misura d’uomo con un piccolo esemplare di campanile. Lì si diceva messa il giorno di S. Rocco, per tramutare quella domenica in un vero giorno di gran festa. Ma di notte lassù non c’era nessuno davvero e arrivato in cima mi sedevo sul piccolo muricciolo che l’accompagnava alla fine del vigneto. E che magia… era il colle più alto dei dintorni, nelle sere illuminate dalla luna si vedeva tutto da lassù, tutto il monferrato  rischiarato da una luce lattea ma tenue, non forte e fastidiosa come sarebbe stato dodici ore più tardi. Spesso una lieve brezza allietava la serata e non di rado provocava il leggero scampanare della sommità della chiesetta. Mio padre, guardando verso sud, si sforzava di farmi vedere anche il mare da lassù ma io non sono mai riuscito a vederlo probabilmente era racchiuso nei suoi ricordi. Forse con un po’ di fantasia… ma di sicuro da lassù sembrava di poter vedere i confini del mondo anche senza essere così alto. Era l’immaginazione della fanciullezza che spesso permette di vedere cose che mai più si riusciranno nemmeno ad immaginare. Lo sembrava davvero. Spesso infatti si hanno delle visioni un po’ distorte quando si è piccoli, a misura di bambino direi, da grande rivedendo gli stessi posti non di rado si rimane tanto delusi. Io non lo sono stato però. Non sono stato deluso, quella immagine è come se fosse tornata davanti ai miei occhi e come se l’avessi riavuta, come per incantamento. Da lassù ho rivisto i boschi di nocciole, dove amavo perdermi perché il sottobosco lì era tutto sempre molto pulito, correre sull’erba tagliata mi è sempre piaciuto, il suo profumo era buono e i rami folti dei noccioli in estate rallentavano gli effetti del calore estivo.

Sdraiarsi là sotto e guardarsi attorno, più avanti un campo sterminato di granturco appena spuntato e sulla destra il Rio Crosio che dopo epoche si è scavato la sua via nel tufo addentrandosi nella terra. Ah che ricordi quelli… mio nonno che prendeva un arnese per la potatura e mi invitava a scendere con lui sul fondo del Rio, bè scendere su quel versante lungo il sentierino tenuto sempre pulito era bellissimo. Sembrava di entrare in una foresta di altri ambienti, di altri mondi. Gli alberi altissimi sopra di noi coprivano quasi del tutto la luce solare lasciando filtrare solo il minimo indipesensabile per riuscire a vederci attorno. Poi laggiù il rumore dello scrosciare dell’acqua e più a monte, una cascata. Lui si divertiva a potare, ed io a memorizzare quelle sensazioni, quei profumi, quelle immagini per far sì che io adesso, riguardandole le senta vive come se fossero momenti trascorsi proprio ieri quando invece ormai sono passati ormai più di vent’anni. Mio nonno poco dopo quei momenti ci ha lasciati e ripensandoci… tutto torna più vero quando tornando verso casa trovo ancora la vecchia croce in mezzo a un filare che mi ricorda una vita.

Adesso un grande ciliegio sta alle sue spalle e i petali dei suoi fiori rosa e bianchi formano un bellissimo tappeto colorato sul verde smeraldo dell’erba di primavera. Non so perché ma mio padre e mio nonno prima di lui usava piantare una nuova pianta alla morte di qualcuno che aveva segnato una linea fondamentale nella loro vita. Credo che volesse trattenere i ricordi della morte nell’inizio di una nuova vita o almeno così ho sempre voluto intendere.

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martedì, 15 maggio 2007

GreyFriars

Girando per Edinburgo si respira un’aria mai provata, ricca di passato e di presente allo stesso tempo.
Il suo passato è un passato molto antico e profondo, ovunque si può sentire la voglia di libertà che gli scozzesi hanno sempre cercato.
Ovunque un’effige, iscrizione, monumento rivolto a quei tempi, a quelle guerre, Wallace è stato il loro idolo e Bruce li ha portati ad avere ciò che chiunque definisce la principale aspirazione: la libertà.
Oggi è tutto dato per scontato, anche la libertà e bisogna stare molto attenti perché è in questi momenti che è facile perderla, perché quando qualcosa viene considerata scontata non ci si rende più conto di quand’è finita, passata. E’ un po’ come l’amore: desideri, ami, faresti qualunque cosa per lei, poi d’un tratto la consideri come se fosse tua per sempre, ovvero non la desideri più fin tanto che ti rendi conto tu stesso che ciò che ti lega non è amore ma qualcos’altro e ti risvegli in un incubo. Ebbene questa similitudine è fuori luogo in questo racconto, ma ritengo sia bene tenerlo sempre a mente, per vivere davvero.
Tornando ad Edinburgo, mentre mi lascio trasportare dalle sue strade in stile vittoriano, il mio sguardo viene irretito da un cimitero molto molto antico situato accanto ad un’abbazia approssimativamente della stessa epoca. Ho sempre adorato i cimiteri anglosassoni, perché sono particolari, affascinanti. Tendono a non nascondere, segregare le anime morte dentro un muro alto ma anzi a lasciarle visibili ai viventi aprendole al saluto dei posteri. La tranquillità permea quei posti, un giardino curato, qualche fiore qua e là cresciuto dal prato verde sale parallelo a pietre grigie che tendono al cielo quasi per indicarlo.
Nessuna di esse è piantata alla medesima maniera, ognuna ha la sua direzione, alcune curvate dal tempo, rotte dagli anni, altre sembrano voler sfidarlo rimanendo giovani e perfette anche dopo più di cent’anni.
Il cimitero è recintato da un’alta ringhiera brunita con una strana scritta sopra l’ingresso ricamata con lo stesso materiale della recizione. La scritta declina le seguenti lettere G R E Y F R I A R S.
Il cimitero è aperto ed io sono ansioso di passeggiare fra quegli alberi, leggere delle persone che sono state e delle piccole memorie che qualcuno, pensando a loro, ha fatto scrivere. In mezzo al cimitero vedo una pietra più grossa molto antica e passando tra quel fantastico gioco di ombre e luci mi accingo ad immergermi nel racconto di una vita esistita. Leggo John Gray 1858, subito ricordo una storia che avevo sentito anni fa, la storia di un cane e di un vecchio signore. Un attimo di commozione nel ricordarla perché mi balza in mente tutta d’un tratto, a questo punto il mio sguardo fugge lontano a cercare l’anello di giunzione di quella storia… ecco che si intravede dall’altro lato della recinzione la statua bronzea di un cane, su un gran piedistallo in marmo. Il suo nome era Bobby, un nome banale per un cane incredibile.
Il 15 febbraio del 1858 morì un vecchio poliziotto di Edinburgo, una persona semplice come tante in quei tempi, una vita passata, una storia mai raccontata. Ora è facile immaginarsi la neve che ricopre le strade, i comignoli fumanti per resistere al freddo di quegli anni, il profumo di legna e carbone nell’aria, la pietra brunita dal tempo delle case, la gente che passa con carretti o a piedi per le strade, bambini che giocano sorridenti, e proprio in quell’atmosfera, dentro quella semplice cancellata inizia una storia semplice di eterno amore e lealtà, storia che proseguì per ben quattordici anni e che scaldò il cuore dei cittadini di quella città al punto da ricordare le gesta di quello splendido Terrier dell’isola Skye fino ai giorni nostri.
Ebbene, Bobby non si volle rassegnare al semplice addio a John Gray ma suo desiderio fu quello di tenergli compagnia nel cimitero per tutta la vita. Non fu facile giacchè dovette lottare con chi cercava di impedirglielo. A quei tempi infatti, come ora credo, i cani non erano ammessi nei cimiteri ma soprattutto dovevano possedere una medaglia che comprovasse il pagamento di una tassa, in caso contrario il loro destino era segnato.
Lui, con le sue gesta raccolse così tanti consensi fra la popolazione che il primo giudice di Edinburgo gli conferì con piacere la cittadinanza d’onore e la sua storia invece di affievolirsi divenne leggenda.
Da quel momento venne considerato mascotte del paese, amato e rispettato da tutti, ma lui si accontentò di dedicare la sua esistenza al suo vecchio padrone. Gli era rimasto legato e niente sarebbe riuscito a farglielo dimenticare.
Così fece per quattordici anni; passavano le stagioni rapidamente ma seguitava a vivere accanto a quella lastra di pietra grigia, stando vicino a lui probabilmente si sentiva più vicino a se stesso. Meditando a questa storia mi sembra di vederlo, proprio in quel punto, sdraiato, il suo muso appoggiato al suolo,  il suo sguardo ricco di melanconica determinazione, il suo pelo folto smosso lievemente dal vento e le sue orecchie alzarsi impertinenti nell’udire rumori provenienti dalle vicinanze. Un freddo giorno del gennaio 1872 morì. Il suo corpo venne seppellito appena fuori da quel cimitero. Da quel luogo avrebbe potuto sorvegliare per sempre la fredda pietra che aveva accompagnato i loro destini. Sulla sua lapide fu eretto un monumento e un’epigrafe ora risuona più forte di un’emozione: Possa la sua lealtà e devozione essere monito per chiunque di noi.
 
Una storia d’altri tempi purtroppo, la leatà e la devozione oggi sono qualità molto rare ma rivedendo la statua rivedo gli occhi di quel cucciolo e la sua determinazione nel seguire la persona che probabilmente l’aveva amato fin oltre la morte e mi chiedo se i valori della vita, ma soprattutto della morte potranno mai entrare nei nostri cuori. E’ nella comprensione dei valori della morte che si riesce a ricavare la forza necessaria per vivere davvero, compiendo scelte, ricavandone coraggio.
Alla fine siedo per un attimo sul piccolo muro di pietra del cimitero e rimango ad ascoltare il silenzio, la tranquillità, avvicinandomi alle emozioni che si percepiscono in quel posto, vivendole e ricordandole intensamente. Il pensiero che risuona in questo momento nella mia mente è che la più crudele eredità della morte è che spesso lascia chi ha amato davvero prigioniero della vita.

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giovedì, 03 maggio 2007

Finalmente Scozia!

L’idea di vivere la scozia viveva in me da tanto tempo, avevo già vissuto qualcosa di simile in irlanda, non so come mai ma qualcosa dentro di me diceva che sarebbe stata un’esperienza molto simile per alcuni tratti, ma ora… sto attendendo l’imbarco per Glasgow e non riesco davvero a crederci. Spesso nella vita capita di sognare qualcosa così tanto che se si immaginasse di poterlo avere si esploderebbe di gioia. In questo momento però non riesco, la parte razionale, più conservativa mi trattiene dall’urlare. Ci starebbe davvero. Un frullato, un sorriso di qua e là fanno sì che l’emozione venga dissipata poco per volta e non debba sbottare come a dire:”e che cavolo l’ho desiderato per anni!” Ora attendo l’imbarco, tra due ore e venti minuti sarò nella terra dei laghi e dei castelli dove i miti sembrano poter perdurare nel tempo e sfidare tutto ciò che è moderno. Questo mi affascina, il vedere quelle terre come qualcosa di realmente dissimile da quello che è la nostra quotidianità, spero che questo non venga contraddetto dal mio viaggio, anche se dentro di me non so per quale motivo però… ne sono sicuro.

Ho sempre adorato viaggiare in aereo, ormai è un’abitudine un po’ per tutti ma per me non credo che lo diventerà mai nemmeno se lo facessi giornalmente. Attendere il decollo è una dolce attesa, quella sensazione di velocità congiunta al sentirsi sollevare dal suolo mi provoca quella scarica di adrenalina unica nel suo genere. Un attimo e tutto è già piccolo, lontano, così reale e così fittizio, si ha quasi l’idea di addormentarsi e di risvegliarsi tra le nuvole lasciando la sensazione di sconfitta. Tutte le volte lo cerco quel qualcosa ma mai, mai riesco a catturarlo. Spesso ho tentato di fotografare, filmare quegli istanti ma molte delle volte ho solo ricavato sguardi cattivi da parte degli assistenti di volo ma, troppo galvanizzato per lasciarmi trafiggere,  reagendo con un sorriso che spesso riesce a riparare attimi di disapprovazione, tutto torna come se niente fosse stato fatto o detto.

Le alpi sono là ormai, è buio ma immagino di vederle e poi Parigi, laggiù… la mia Parigi! Scappa una promessa, anche quest’anno verrò a trovarti, vedrai. Ora devo tradirti ma saprò farmi perdonare presto e rivedrò in te tutti i bei momenti che ho trascorso in mezzo alle tue vie.

Poi la manica, le scogliere di Dover, e Londra… visibile anche a oltre ottomila metri di quota data la sua immensa estensione. Si vede tutto illuminato, il Tamigi, poi il parlamento, mi sembra quasi di intravedere i leoni di Trafalgar… ma questa è nuovamente opera della mia fervida immaginazione. E così sono trascorse due ore. Vedo attorno a me gente che dorme e ha dormito, legge, gioca. Io in volo non riuscirei a far null’altro se non guardare, pensare, immaginare e perché no… ricordare. Poi un pensiero alle cose da fare appena atterrato, il ripasso di qualche modo di dire in Inglese… e via, pronti per l’atterraggio! Eccoci… le luci, le vie atterrando… sono proprio come me l’aspettavo, tetti molto spioventi, luci soffuse per le strade, villette lontane fra loro con dei bei giardinetti molti dei quali ben curati, dopotutto seguono il più alto stile inglese!

Eccoci in aeroporto, il bagaglio e poi l’auto pronta. Come sempre nuova, che emozione… in questi viaggi mi sento come se l’auto fosse un po’ mia, mi mette sicurezza, mettere via il bagaglio, regolare specchietti, sedile e poi tirare un sospiro liberatorio, mettere in moto e fare un giretto per ambientarmi allo stile di guida. Come ricordavo non è difficile, un po’ di imbarazzo, due giri nel parcheggio… uno slalom e una risata. Se ci fosse un poliziotto farebbe terminare la mia carriera di driver stracciandomi quell’esile foglietto rosa che tengo rinchiuso nel portafogli.

Poi via, prima rotonda… a sinistra naturalmente, cambia con la sinistra, guarda a destra, frena, metti la freccia, piove (che strano). Mi stupisco, tutto sembra filar liscio come credevo. Accendo la radio e mi preparo per la lunga traversata fino ad arrivare ad Edinburgo. Eh già… la mitica Edinburgo, il suo castello. Stanotte dormirò là, da non crederci, in mezzo a quelle mura ricche di storia e di secoli andati. Storia che nho sempre studiato poco, ma che parla di fatti accaduti che gli scozzesi, la gente che mi sta sorpassando sulla sinistra, per intenderci, conoscono e sentono vivi anche ai giorni nostri.

Fortuna che esistono i gps, tutto procede molto bene, il viaggio è tranquillo e presumo di essere in Edinburgo ad un’ora accettabile, non sarà necessario confermare l’arrivo alla guesthouse che ho prenotato.

Eh sì… dal finestrino la notte avanza su queste terre, ma lassù le stelle brillano di una luce vista soltanto in cima alle più belle montagne. E’ incredibile associare il tappeto di stelle di sere d’estate trascorse a tremila metri con una pianura, un’auto. Eppure è vero… loro non hanno necessità di arrampicarsi per cinque ore lungo impervii pendii per vederle, è sufficiente affacciarsi un attimo dalla finestra e tutto è lì, comodo… Spegnere la luce della propria stanza e iniziare a fare i nomi delle più lontane costellazioni, indicandole e con fatica, riconoscere le stelle più importanti.

Ma non importa, più è grande la difficoltà di raggiungere qualcosa e più è la soddisfazione di esserci riuscito. Per cui forse è giusto così, anzi è sicuramente meglio!!

La gente risulta essere così straordinariamente gentile, semplice. L’accoglienza ricorda davvero l’Irlanda e ne sono davvero compiaciuto. L’arrivo, le presentazioni alla famiglia e poi l’accoglienza nella camera da letto, tenuta bene, molto meglio di come potrebbe essere una camera d’albergo, poi un pub, un paio di birre e un lungo giro fino a tarda notte addentrandosi nel centro di Edinburgo. La stanchezza non la si sente in quei momenti, la voglia e l’eccitazione porterebbe a girovagare per sempre, al di fuori dal tempo fotografando scorci e panorami per poi averli con se ogni volta che si sente la necessità di respirare quegli odori e quelle sensazioni. La presenza di poca gente in giro normalmente susciterebbe sensazioni di desolazione ma invero in questi momenti non fa nient’altro che accentuare la magia che permea quelle antiche mura e invece che desolare…. Racconta come se la città vecchia volesse davvero parlare di sé.

Il freddo è più marcato, anche questo fa parte del gioco, di sentirsi fuori casa, anche se ho sempre, fin dal primo momento avuto la sensazione che quella via, Grainville Terrace, fosse sempre stata casa mia. Spesso mi capita infatti che anche nei posti più lontani e dispersi nel mondo riesca a provare affinità in grado da infondermi sicurezza così da regalarmi quella lacrima di coraggio in più che mi è utile per proseguire nel cammino. ll primo passo è un passaggio nell’ignoto per questo alle volte è semplice farlo, perché l’umana curiosità ci spinge a cercare, a capire cosa si nasconde. In seguito però è doveroso perseverare ed apprendere dalle esperienze fatte la vera realtà del viver quotidiano di altre genti. Fermarsi al primo passo è un po’ come avanzare nell’acqua calda dell’oceano indiano, bagnarsi i piedi e tornare a sdraiarsi al sole senza mai riuscire ad andare oltre, senza sapere cioè quale paradiso si stia celando ad appena tre metri.

C’è una bella storia legata a questa città, una di quelle storie vere che sembrano favole ma che arricchiscono rendendo vero ciò che è attorno a noi, la storia dell’affetto di un cane verso un uomo. Ora però  non è tempo di raccontarla, è tempo di tornare a casa e di affievolirsi nell’emozione di un sogno con la certezza però che il risveglio non corromperà ciò che di più bello immagineremo di vivere ma anzi sarà corroborato dal fascino di poter gioire di una terra fino ad oggi solo innegabilmente desiderata: domani infatti per una volta la realtà prenderà il posto dei sogni.

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